Comicità toscana: Andrea Agresti. Intervista di Carlo Pellegrini

Alla nostra Toscana non manca niente. Anche la comicità contribuisce notevolmente a impreziosire la sua cultura.
Infatti in questa regione si sono affermati notevoli comici. Tra questi occupa un posto di rilievo il pistoiese Andrea Agresti, noto personaggio televisivo e cantante che supera i trent’anni di onorata carriera.

D. Nel 1993 inizia la sua esperienza nel mondo dello spettacolo. In questa lunga carriera, quali tratti vuole mettere in risalto?
R. «Cominciai a muovere i primi passi nel mondo dell’arte, se così la vogliamo chiamare, sui banchi di scuola. In quel tempo avevo una band che si chiamava “I dipinti a mano”, in cui suonavo le tastiere e cantavo facendo musica demenziale. Facevamo musica comica, per cui io la facevo per divertimento. Nel 1993 accadde una casualità: mi presentai a una trasmissione toscana, Toscana Tv, per la quale la gente poteva partecipare a cantare delle canzoni. Io appunto mi presentai a cantare una mia canzone scritta con la band; fui scelto, però fui scartato da quella selezione. Contestualmente fui preso per la trasmissione parallela di cabaret, “Telepirata”. Così, per caso, per gioco ebbe inizio la mia esperienza televisiva, facendo il cabaret e il comico. A me piacque tanto quella possibilità. Fu una cosa meravigliosa. Ho sempre avuto, non dico l’ambizione di fare per forza questo mestiere, perché io ho studiato per farne un altro, però mi piaceva l’idea, perché era molto divertente. Solo, però, fare il comico puro non è che mi affascinasse tanto. A me piaceva la figura del presentatore. Mi resi conto che era un posto che per me andava bene ed era molto bello, stavo a mio agio, ma non sotto forma di comico. Volevo fare un po’ di più. Quindi mi ritirai dopo un anno in radio per imparare a parlare. Trovai lavoro in una radio locale a Pistoia e lì vi rimasi fino al 1997, quando mi sentii pronto per ritornare in televisione con una capacità diversa, le spalle un po’ più larghe e una consapevolezza diversa delle mie potenzialità. E quindi fu un’enorme sorpresa quella del ’93, che però poi ho consolidato negli anni successivi facendo della palestra in radio. Quindi feci la scelta giusta dopo un anno a smettere per poi fare ritorno in televisione nel 1997 su RTV38 con la trasmissione “Per la strada Vincenzo”».

D. Puoi illustrarci sommariamente le caratteristiche della sua particolare comicità?
R. «Fondamentalmente faccio una cosa molto, molto semplice, ovvero faccio me stesso. Non ho mai interpretato ruoli facendo personaggi… Li ho fatti in tarda età. Ho interpretato tipo il menestrello e il sergente Hartman a “Le Iene”, ma sono state le uniche volte che ho vestito i panni di qualcun’altro. Ho sempre fatto me stesso. Ho sempre fatto le cose in modo viscerale, sia in TV che in radio e come faccio tuttora a “Le Iene”. Sono esattamente uguale a quando ero in giro con i miei amici o a quando mi ritrovavo al Circolo di Valenzatico a giocare a carte con i miei amici. Quindi, quando mi rivedo, non vedo una cosa molto distante dalla realtà. Quello che io faccio è quello che sono. Se piaccio sono felice. Se non piaccio, pazienza. Io sono questo e continuo a fare questo. Sono molto bravo a fare me stesso…».

D. Quali sono stati i momenti più importanti e particolarmente intensi della sua carriera?
R.«Quando condussi un programma tutto mio su RTV38 nel 1997. Ebbi la prima occasione con l’emittente toscana più importante, più grossa, perché RTV38 va paragonata a Rai 1 riferendosi alle emittenti toscane. In Toscana RTV38 è l’equivalente di Rai 1. Nel 1997 ero molto, molto giovane – sono del ’74 – ed ebbi la possibilità di avere una trasmissione tutta mia a 23 anni. Quella fu la prima, indubbiamente, la prima più importante, anche ovviamente quando uscì un programma tutto mio nella radio pistoiese. Poi sempre da RTV38, nel 1999, fui chiamato da “Striscia la notizia” come inviato per la Toscana. Quello fu un altro passo in avanti molto importante. Poi, da “Striscia la notizia”, il passo successivo e più importante fu passare su Rai 1 con Carlo Conti per fare “I raccomandati”. Con Carlo Conti feci “I raccomandati” per quattro anni. Dopo, il passo, se vogliamo dire, molto importante per la mia vita fu il passaggio a “Le Iene” nel 2003, dove sono rimasto e dove sono tutt’oggi. A “Le Iene” mi sono stabilizzato e ci lavoro da ventitre anni. Probabilmente questo è stato il passaggio forse più importante, consolidatosi nella posizione stabile. Poi ho fatto altre trasmissioni importanti come “Tale e quale show” nel 2018. Inoltre ho condotto un programma tutto mio nella stagione scorsa su DMAX. Insomma i passi fondamentali furono il primo su RTV38 e il secondo, più importante, il passaggio a “Le Iene”».

D. Quali sono stati però i programmi televisivi che ritiene più significativi?
R. «Sono due. Per questione di longevità, di tempo trascorso e di importanza, sono, ovviamente, “Le Iene”, perché se uno sta ventitre anni in un posto ci sarà un buon motivo… “Le Iene” anche per la stabilità, comunque, e per la coerenza di posizione. Il programma più bello che ho fatto in vita mia, però, è stato “Tale e quale show” nel 2018 con Carlo Conti. Tornerei domani mattina a rifarlo! Mi richiamassero ci ritornerei subito. Io ho sempre avuto una passione per la musica e per cantare. La musica mi è sempre piaciuta. Ho sempre cantato. Ho inciso cinque dischi, per cui la musica mi ha sempre accompagnato. Anche se dovevo fare le imitazioni e che non avevo mai fatto, però da cantante, a contatto con veri professionisti, musicisti, cantanti, arrangiatori, direttori di orchestra, ero praticamente Pinocchio nel paese dei balocchi, il posto più bello del mondo.“Tale e quale show” è stata la trasmissione più bella, la più emozionante che ho fatto in vita mia e poi era tutta in diretta. Quando scendevi le scale per cantare non ci sono tante possibilità di recupero o sei preparato e fai bene oppure sbagli tutto. Ripeto è stata la cosa più bella, la più emozionante che ho fatto in vita mia».

D. Ritiene che “Le Iene” abbiano un carattere dirompente oppure una funzione implicitamente costruttiva?
R. «“Le Iene” avevano un carattere dirompente e volutamente aggressivo. Con il tempo le cose cambiano e ci siamo ammorbiditi. Prima si dettava lo stile. Adesso, invece, si strizza più l’occhio alla moda del tempo, seguendo i trand e le correnti. Come del resto è normale che sia. La bellezza del programma consiste che prima con il nostro stile unico riuscivamo sia a far divertire che a sovvertire delle regole o delle leggi. Attraverso l’intrattenimento offrivamo un servizio pubblico dando una mano a chi aveva delle necessità. Questo rimane ancora e siamo ancora una trasmissione fortemente legata al senso della giustizia; però abbiamo perso un pochino il nostro “ruggito” e il nostro “morso” che per tanti anni ci ha contraddistinto e differenziato da altre trasmissioni. Insomma ci siamo un pochino ammorbiditi».

D. Con quali emozioni ha vissuto i suoi successi?
R. «Con naturalezza e con estrema normalità, perché io, come ho detto prima, quando mi riguardo in televisione e quando mi riguardo dico: ma veramente gli ho detto così a quell’uomo? Ma veramente ho detto questo? Ma veramente ho fatto così? Mi viene un’impressione… e le riguardo con il sorriso, anche se sono preparato quando faccio queste cose, quando faccio il servizio a “Le Iene” e quando facevo “Tale e quale show”. Carlo, dietro c’è una preparazione molto lunga. Però poi quando comincio vado molto di leggerezza. Ci vado con la naturalezza che mi contraddistingue. Se non facessi così, se dovessi essere troppo meticoloso, allora non sarei naturale; appunto, poi mi mette ansia quella cosa. Allora io vado di pancia, e quello che succede, succede. Quindi vivo il successo in modo molto naturale. Quando mi riguardo mi diverte il fatto che io mi trovo naturale. Questo è il mio giudizio personale, non voglio dire che sia per forza così. Magari qualcuno mi guarda e pensa la cosa opposta, ma questa è la sensazione che ho io quando faccio le cose. Le faccio in televisione come magari le avrei fatte se fossi stato con gli amici a mangiare la pizza, con lo stesso spirito normale».

D. Quanto è importante la toscanità nella sua professione, nella sua carriera, nella sua vita di tutti i giorni?
R. «Nella carriera è abbastanza invalidante. Penso che tanti ruoli più istituzionali e più importanti mi vengono chiusi perché parlo troppo il pistoiese. Io sono in grado di parlare l’italiano corretto, ma non mi va. Non mi va. Voglio sempre continuare ad essere me stesso, nel bene o nel male. Da Pistoia vengo e così parlo. Poi ci sono dei contesti per i quali mi contengo cercando di parlare un italiano un po’ più comprensibile, però per certi modi non è affatto una comodità. Per certi altri, quando faccio cabaret o quando facevo le trasmissioni con Carlo Conti interpretando la parte comica dello show, allora la toscanità diventa un’arma a mio vantaggio, perché facendo così nei programmi di RAI 1 una parlata buffa, come quella tipica nostra toscana, aiuta. Certo, io potrei essere anche il più bravo giornalista del mondo, ma non mi affiderebbero mai la conduzione di RAI 1. Servono atteggiamenti diversi. Io, come ho detto prima, faccio me stesso, per cui parlo di leggerezza e così sono. Se mi volete ci sto volentieri… È inutile fingere».

D. Ci può raccontare un aneddoto divertente legato al suo lavoro?
R. «Ti racconto una figura di m…a. Una volta Carlo Conti mi chiamò e mi disse: “Agresti, tu, Militello e Gennai dovete venire a Scandicci perchè sarò lì a fare una serata per la Popistelli. Mi chiesi: Ma chi è questa Pistelli? Non avevo voglia di fare questa serata, però me l’aveva chiesta per favore e ci andai. Militello e Gennai uguale. Insomma ci andammo tutti per l’amicizia che ci legava Carlo. Praticamente la Popistelli era una candidata politicamente. Io arrivai e non avevo voglia. Con la classe che mi contraddistingue …, appena vidi Carlo gli dissi che non avevo voglia di fare questa serata. Carlo si trovava con un signore in una pizzeria e gli dissi: Oh Carlo, abbi pazienza, ma mi spieghi che tu mi hai chiamato a fare? Che dico? Che gli racconto? Chi è questa Popistelli? Carlo mi rispose: “Non è la Popistelli ma Lapo Pistelli ed è questo signore qui davanti a me”. Invece avevo capito che si trattasse di una donna… ».

D. Agresti, per quali comici e per quali cantanti nutre particolare simpatia?
R. «Per i cantanti non basterebbe una settimana per citarli. Per la musica sono molto ferrato. Se vogliamo parlare di quelli che mi fanno ridere, in Italia nessuno batte …Elio e le storie tese; è il “Maradona” indiscusso con tutta la band del mestiere della musica divertente. Però io avevo avuto anche grande passione, rimanendo in casa nostra, per gente meno conosciuta, come i Piattons, che erano di Firenze e che mi facevano schiantare da ridere. Poi ci sono stati Gli squallor, che erano il progetto di Giancarlo Bigazzi. Mi facevano ridere gli Skiantos. Mi facevano ridere tutti quelli che usavano la musica facendo una cosa che era totalmente destabilizzante per la musica stessa. Poi mi garbano un sacco anche i comici che hanno affrontato la musica, magari in modo di passaggio, perché non si può non dare un oscar a Francesco Nuti per la canzone “Puppe a pera”? Trovo che sia un delitto non dargli un oscar a quella canzone. Oppure la canzone “L’inno del corpo sciolto” di Roberto Benigni, che sono bandiere toscane meravigliose… Questi sono i musicisti, i cantanti, che sono dei punti di riferimento. Poi quando io ho scritto le mie canzoni, ho sempre cercato non di copiare loro, ma di capire il sottile passaggio, tra una musica e l’altra e un’interpretazione e l’altra, soprattutto la composizione di questi artisti.
Per quanto riguarda i comici rimarrei in Toscana. È inutile espatriare fuori dalla Toscana. Io ho due miti totali e sono: Carlo Monni, in cima alla classifica, e Renzo Montagnani, che, anche se nacque ad Alessandria, poi studiò a Firenze, parlando un fiorentino meraviglioso. Queste due figure sono meravigliose. Carlo Monni io l’ho conosciuto e gli voglio bene. Abbiamo lavorato insieme e lo pongo in assoluto al primo posto. Sopra Carlo non c’è nessuno. Poi mi fanno ridere, per diversi motivi, tanti altri artisti come Novello Novelli, con quella sua espressione fisica, anche se non diceva nulla, faceva ridere solo così. Io darei l’oscar ad Andrea Cambi solo per la telefonata al signor Bellosi “perchè non muore ?”. “Oh signor Bellosi”, diceva, “lei è dal ’98 che deve morire”. Solo per questa scena darei l’oscar ad Andrea Cambi. Poi ci sono comici invece ai quali sono molto legato per questioni affettive. Io ho cominciato a muovere i primi passi grazie a Niki Giustini. Lo conobbi e lui si appassionò a me e mi ha fatto da padrino putativo. Mi riguardava i testi, mi faceva andare con lui a vedere i suoi spettacoli affinché io potessi imparare questo mestiere. Andavo a casa sua, salivo in macchina e andavo con lui a vedere i suoi spettacoli e imparavo guardandolo. Poi mi sono appassionato al suo gemello siamese, Graziano Salvadori, stavano sempre in coppia. Io ero giovane giovane e loro erano già a livelli toscani molto alti, insomma. Li ringrazierò per tutta la vita. Se vogliamo però mettere qualcuno in cima alla classifica, Carlo Monni c’è e Carlo Monni sempre ci sarà ».

D. Con quali cantautori, quali cantanti e quali comici ritiene di condividere dei tratti comuni?
R. «A nessuno. Ognuno di noi ha un tratto distintivo nel dna personale. Bisogna stare sempre attenti quando ti dicono per esempio “lui è il nuovo Fiorello”, lui è il nuovo Panariello”. Per carità di Dio. Scappiamo subito… Ognuno deve avere la propria personalità. Ogni toscano becero, ogni toscano smanaccia e quindi inevitabilmente ricorda il primo Roberto Benigni, il Benigni di “Tu mi turbi” agli inizi della carriera; ma nessuno di noi cerca di imitare Roberto Benigni, che ha fatto il toscano tipico, ha esaltato tutti i difetti rendendoli simpatici ed elevandoli all’ennesima potenza. Quindi, un po’ tutti assomigliamo in certi tratti a Roberto Benigni, perché lui ha rappresentato il toscano per eccellenza. Però non credo di assomigliare a nessuno. Carlo se mi dici mi sembri lui dimmelo che mi correggo…».

D. Possiamo conoscere i suoi progetti futuri, i suoi programmi, i suoi sogni?
R. «Come tutte le estati sono in tournée. Quest’anno ho una tripla tournée . Sono in giro con “Fritto misto republic”, uno spettacolo che svolgo con la mia band eseguendo musica degli anni ’70, ’80 e ’90 tenendo concerti in tutta Italia. Parallelamente porto avanti uno spettacolo di cabaret che si chiama “Stasera vado a braccio”. Poi sono ritornato alla conduzione, dopo vent’anni dalla selezione di Miss Toscana per Miss Italia come appunto conduttore. Avevo effettuato questa esperienza dal 1997 al 2007 e dopo vent’anni, ripeto, sono stato richiamato e ho ripreso la conduzione di questo show live. Per quanto riguarda, invece, la televisione riprenderò a settembre a lavorare con “Le Iene” per la XXIV stagione e poi mi auguro di riprendere anche il programma su DMAX. Però non ho ancora il discovery, non so se la rete ha intenzione di proseguire oppure no. Io sono il conduttore di “Real tv crimini di strada”, se decideranno di andare avanti con la seconda edizione e poi quelle successive. Spero di essere riconfermato. Queste sono e saranno le cose che farò… ».