La regista Mucci e l’avvocato Cinquilli al Festival dell’Umano Tutto Intero

Al “Festival dell’Umano Tutto Intero” tenutosi a Roma il 16 e il 17 giugno scorso vi hanno partecipato anche l’avvocato Michela Cinquilli e la regista Roberta Mucci, autrice del film “Senza Senso” che affronta il tema dell’uso delle sostanze stupefacenti tra i giovani.
Alle due partecipanti abbiamo rivolto alcune domande.

D. Avvocato Cinquilli, quale contributo avete portato al Festival dell’Umano Tutto Intero?
R. «Il nostro intervento si è concentrato sulle nuove fragilità che interessano le giovani generazioni, con particolare attenzione al fenomeno delle dipendenze. Abbiamo voluto offrire una riflessione che mettesse al centro la persona e la necessità di costruire percorsi educativi e culturali capaci di prevenire situazioni di disagio sempre più diffuse».

D. Come si inserisce questa riflessione nel contesto del Festival?
R. «Il Festival dell’Umano Tutto Intero nasce proprio con l’obiettivo di promuovere una visione integrale della persona. In questa prospettiva, affrontare temi come la dipendenza, la solitudine e il disagio giovanile significa interrogarsi sul futuro della società e sulla responsabilità condivisa di istituzioni, famiglie, scuola e comunità educanti».

D. Regista Mucci, il suo film “Senza Senso” è stato al centro del confronto. Di cosa parla l’opera?
R. «“Senza Senso” affronta il tema dell’uso delle sostanze stupefacenti tra i giovani, raccontandone le conseguenze spesso sottovalutate. Il film vuole offrire uno sguardo realistico sugli effetti che queste scelte possono avere non solo sul piano fisico e psicologico, ma anche su quello sociale e giuridico.

D. Quale messaggio desidera trasmettere ai ragazzi attraverso il film?
R. «L’obiettivo non è giudicare, ma stimolare consapevolezza. Credo sia importante mostrare le conseguenze reali di determinati comportamenti e aprire uno spazio di dialogo che permetta ai giovani di sentirsi ascoltati e compresi».

D. Avvocato Cinquilli, il film è stato presentato nell’ambito del panel “Dal bollettino di guerra alle nuove generazioni: ripartire dalla loro controcultura”. Qual è il significato di questo titolo?
R. «Viviamo in un contesto segnato da conflitti, incertezze e profonde trasformazioni sociali. Parlare di controcultura significa valorizzare quelle energie positive presenti tra i giovani che possono diventare strumenti di cambiamento. È necessario aiutarli a riscoprire senso, responsabilità e partecipazione».

D. Durante il Festival si è parlato anche di fragilità e cura. In che modo si collega a questi temi il progetto “Casa Pablito”?
R.« “Casa Pablito” nasce dalla collaborazione con Federica Cappelletti, presidente della Paolo Rossi Foundation. L’obiettivo è rendere più umano il percorso di cura dei pazienti oncologici, riducendo disagi e sofferenze aggiuntive. È un progetto che mette al centro la dignità della persona e che verrà realizzato negli ospedali di Negrar, al Policlinico Gemelli di Roma e a Careggi, a Firenze».

D. Quale insegnamento vi portate a casa da questa esperienza al Festival?
R. «La consapevolezza che le sfide educative e sociali del nostro tempo possono essere affrontate solo attraverso un impegno condiviso. Per contrastare fenomeni come dipendenza, solitudine e conflitto serve una vera alleanza tra istituzioni, società civile e comunità educanti, capace di restituire centralità alla persona e di promuovere un autentico sviluppo umano integrale».