Pochi giorni fa è mancato, a 87 anni, Francesco Guccini, il cantautore che ha segnato tanti momenti della mia vita dall’adolescenza in poi. Una delle canzoni che mi piacciono di più e che mi sembrano più struggenti, tratta dall’album “Ultima Thule” del 2012, si intitola “L’ultima volta”, e inizia così: “Quando è stata quell’ultima volta / che ti han preso quei sandali nuovi / al mercato coi calzoni corti / e speranza d’estate alla porta”.
Per me i sandali saranno sempre quelli di stoffa blu con l’occhio e la riga bianca che ci compravano da bambini, e duravano davvero tre mesi, come dice più avanti il testo, perché si consumavano nelle corse e nei giochi all’aria aperta. La libertà sapeva di ginocchia sbucciate e del profumo dell’erba tagliata, quel profumo inconfondibile che ritrovo solo nei nostri boschi nei tardi pomeriggi d’estate. Però io molto spesso ero da sola, perché in un bosco ci vivevo davvero, e mi mancava, forse, la dimensione del quartiere, e la compagnia degli altri bambini.
Negli anni ’70, o ‘80, quando il caldo della giornata si attenuava e cedeva il passo a una brezza leggera, il cortile o piazzetta si animavano; c’erano gli anziani a giocare a carte all’ombra di un albero, le vicine a fare due chiacchiere e i ragazzini che si ritrovavano a frotte.
Non servivano inviti o messaggi, il telefono (fisso) era un oggetto che serviva solo per le chiamate lunghe o importanti: bastava uscire dal portone per trovare gli altri, il che di solito accadeva un attimo dopo aver finito l’ultimo boccone della cena. I giochi erano sempre gli stessi: nascondino, guardie e ladri, un due tre stella, mosca cieca. Se si aveva un gesso si poteva anche giocare a campana, se si aveva una bicicletta e le madri erano d’accordo si poteva anche pensare di allontanarsi un po’.
Il cortile era un mondo senza confini, dominato solo dall’immaginazione. Se i genitori avevano paura per i figli se la tenevano per sé, concedendo loro una libertà che oggi ci appare impensabile.
Nelle sere più calde, nei prati ai margini del cortile o nei giardini, cominciava la caccia alle lucciole, che oggi, ma forse è solo un’impressione, si vedono molto meno. Si catturavano e si mettevano nei barattoli di vetro, bucherellando il coperchio per farle respirare; poi si liberavano prima di andare a dormire. Non era cattiveria; era il desiderio di godere di un piccolo spettacolo privato di luci, che ci sembrava un po’ magico.
Poi, intorno alle nove e mezza o le dieci, si apriva la finestra di casa nostra. Si affacciava la mamma gridando che era ora di andare a casa, perché si era fatto tardi. Iniziava la negoziazione: altri cinque minuti… ma quei cinque minuti si dilatavano, perché nessuno voleva rientrare, nessuno voleva che un’altra bella giornata finisse. Nonostante la stanchezza, dormire sembrava una perdita di tempo. Eppure, quando si toccava il letto, il sonno arrivava subito, e forse era un sonno più sereno di quello concesso oggi ai nostri bambini.
Oggi mi appare tutto diverso. Tra tv, cellulari e qualche volta per fortuna anche libri, le sere d’estate spesso non sono così diverse da quelle invernali. Sono io che dico ai miei figli: perché non uscite? E mi sento rispondere che non ne hanno voglia.
Invece io, se potessi farlo senza rendermi ridicola, inforcherei una bici e andrei a caccia di lucciole nei prati dietro casa, per vincere una nostalgia che anno dopo anno si fa più ostinata.







































