Il diritto come “ponte”, non come ultima fermata: il magistrato Magi presenta al Meeting di Rimini il libro di Michela Cinquilli

Il prossimo 25 agosto, al Meeting, la magistrata Jacqueline Monica Magi presenterà il volume di Michela Cinquilli, il ponte giuridico-pastorale alla luce del motu proprio “Mitis Iudex Dominus Iesus. Prassi e sfide odierne”.
Un libro che, a partire dalla riforma dei processi matrimoniali canonici voluta da Papa Francesco, apre una riflessione più ampia sulla crisi della famiglia, sulla mediazione, sull’educazione e sul ruolo sociale della Chiesa.
Non soltanto una riflessione sul diritto canonico, ma un invito a guardare alla crisi della famiglia prima che essa arrivi nelle aule di tribunale. È questo uno dei punti centrali del volume di Michela Cinquilli, che Jacqueline Monica Magi, magistrata ed esperta delle dinamiche familiari e sociali, per le molteplici sentenze che redige ed analizza nell’esercizio quotidiano della sua professione, ma anche come Presidente Onoraria della Associazione Anna Maria Marino APS che lotta contro tutte le forme di violenza, presenterà al Meeting di Rimini il prossimo 25 agosto.
Il riferimento è al motu proprio di Papa Francesco Mitis Iudex Dominus Iesus, che ha profondamente inciso sulla disciplina dei processi per la dichiarazione di nullità matrimoniale. Ma il tema, nelle pagine del libro e nella lettura proposta da Magi, supera i confini della procedura canonica: riguarda il modo in cui una società sempre più fragile può tornare a interrogarsi sul significato delle relazioni, della responsabilità e della famiglia.

D. Magi, perché parlare oggi di un “ponte giuridico-pastorale”?
R. «Perché abbiamo bisogno di ponti. Viviamo in una realtà profondamente cambiata, nella quale velocità, globalizzazione e nuove tecnologie hanno messo in comunicazione mondi che prima erano separati. Sono cambiate le relazioni sociali, i ruoli, i modelli familiari. Anche la richiesta di parità delle donne ha contribuito a scardinare un sistema sociale millenario. È un cambiamento necessario e importante, ma ogni grande trasformazione porta con sé anche disorientamento».

D. E questo disorientamento arriva fino alla famiglia.
R. «La vecchia struttura sociale era più stabile, circoscritta, lenta nei cambiamenti. Oggi siamo invece dentro una realtà in continuo movimento. Le vecchie regole sono entrate in crisi e non sempre siamo stati capaci di costruirne di nuove. Il problema è che una società libera non può essere una società senza riferimenti. La libertà ha bisogno di responsabilità, di consapevolezza, di valori etici e morali».

D. Nel libro il diritto sembra quindi assumere una funzione che va oltre quella strettamente giudiziaria.
R. «Esattamente. Il diritto non può essere chiamato a risolvere ogni problema sociale. Il tribunale dovrebbe essere l’ultima istanza, non il luogo nel quale una società riversa tutte le proprie difficoltà. Invece abbiamo assistito a una progressiva giudizializzazione delle relazioni: separazioni, divorzi, conflitti familiari, denunce, procedimenti. Il processo arriva spesso quando il rapporto è già profondamente deteriorato».

D. Qual è allora l’alternativa?
R. «Educare e mediare. Dobbiamo recuperare la capacità di accompagnare le persone prima che il conflitto diventi irreversibile. La mediazione familiare può avere una funzione fondamentale, così come il percorso canonico può aiutare una coppia a interrogarsi sul significato del matrimonio, sulle responsabilità che esso comporta e, quando la relazione finisce, sulle ragioni profonde che hanno portato alla rottura».

D. Una funzione preventiva, dunque
R.«Sì. Quanto più si educa e quanto più si media, tanto meno si dovrebbe arrivare al tribunale civile. Non perché il tribunale non sia necessario, ma perché non è nato per svolgere una funzione educativa o terapeutica rispetto alle relazioni umane. Il giudice interviene quando c’è un conflitto da decidere. Ma prima di quel momento dovrebbe esserci una rete capace di ascoltare, accompagnare, responsabilizzare».

D. Lei richiama anche una crisi degli adulti e dei modelli educativi. Perché è un passaggio importante?
R. «Perché abbiamo generazioni che sono cresciute dentro una libertà nuova senza avere sempre gli strumenti per comprenderla. Persone che hanno avuto difficoltà a costruire relazioni mature e che, diventate genitori, si sono trovate a crescere figli senza aver ricevuto una vera educazione alla genitorialità. Per questo penso che oggi serva anche una sorta di “scuola per genitori”: dobbiamo tornare a insegnare che amare non significa soltanto provare un sentimento, ma assumersi responsabilità».

D. In questa prospettiva quale ruolo può avere la Chiesa?
R. «Un ruolo importantissimo. La Chiesa può tornare a essere una presenza sociale, educativa e culturale forte. Non soltanto quando il problema è già esploso, ma prima. Penso all’oratorio, al parroco che ascolta, alle comunità, agli adulti che diventano punti di riferimento per i ragazzi. Dove la famiglia non riesce ad arrivare, devono esistere altre realtà sociali capaci di accogliere e formare».

D. L’oratorio come presidio sociale, quindi?
R. «Assolutamente sì. L’oratorio dovrebbe tornare a essere il centro della vita dei quartieri, un luogo nel quale i giovani possano trovare valori, educazione, sport, cultura e adulti di riferimento. Anche il campo da calcio della parrocchia può avere una funzione educativa. Non dobbiamo avere paura di dirlo: educare è una forma di prevenzione sociale».

D. C’è un legame anche con il tema della criminalità?
R. «Certo. Le situazioni di maggiore fragilità sociale spesso nascono in contesti familiari disfunzionali, caratterizzati da povertà culturale, assenza di ascolto e relazioni affettive problematiche. Non possiamo pensare di affrontare questi fenomeni soltanto attraverso la repressione. Occorre costruire contesti alternativi, comunità capaci di offrire cultura, relazione, affetto e responsabilità».

D. Nel suo ragionamento ritorna spesso la parola “educazione”.
R. «Perché è la parola chiave. Educare significa insegnare a conoscersi e a conoscere l’altro. Significa comprendere che ogni nostra azione produce conseguenze. Significa imparare a gestire il conflitto senza trasformarlo immediatamente in una guerra. Oggi abbiamo strumenti potentissimi per comunicare, ma non necessariamente abbiamo imparato a comunicare meglio».

D. E qui il tema del libro torna a essere attuale.
R. «Sì, perché il ponte giuridico-pastorale può rappresentare proprio questo: un collegamento tra la dimensione della giustizia e quella dell’accompagnamento delle persone. Il diritto canonico non dovrebbe essere percepito come una procedura astratta, distante dalla vita concreta. Dietro ogni procedimento matrimoniale ci sono persone, storie, sofferenze, errori, responsabilità e spesso anche figli».

D. Quale messaggio vorrebbe arrivasse dal libro presentato al Meeting?
R. «Che non possiamo rassegnarci al nichilismo. Una società che perde i propri riferimenti rischia di lasciare le persone sole davanti alle proprie scelte. L’etica e la morale devono tornare a essere un faro, non per limitare la libertà, ma per orientarla. La libertà senza responsabilità rischia di diventare solitudine».

D. È anche una riflessione sulla Chiesa contemporanea.
R. «Sì. Credo che la Chiesa debba ritrovare con forza una funzione di guida nella società, senza chiudersi in se stessa. La tradizione cristiana ha dato un contributo enorme alla costruzione della civiltà occidentale e oggi può ancora offrire valori fondamentali: la dignità della persona, l’accoglienza, la responsabilità, la non violenza, la solidarietà».

D. Con uno sguardo anche alla povertà, non soltanto economica.
R. «La povertà oggi è anche culturale e relazionale. Abbiamo bisogno di una Chiesa capace di tornare fra la gente, di ascoltare, di educare, di stare accanto alle persone più fragili. Dobbiamo recuperare anche alcune dimensioni della tradizione francescana e benedettina».