Negli ultimi anni ripetutamente ed anzi molto spesso mi sono posto una domanda quasi ossessiva: ”Ma perchè lo Stato scivola via dalla mia e dalla nostra vita?”. Sembra perfino una domanda banale perché la risposta in generale è quasi naturale: “Ma no, lo Stato è con noi”.
Così in effetti mi hanno risposto molte, anzi moltissime persone. Cioè in altri termini molte persone non riescono ancora oggi ad intravedere un orientamento molto forte: lo Stato sta abbandonando i ceti popolari più deboli. Ma, d’altra parte, lo Stato c’é ed è visibile nei volti dei rappresentanti delle istituzioni in quel particolare momento storico. Eppure il fenomeno esiste ed è veramente tragico. Lo Stato rappresenta il soggetto che incarna o meglio dovrebbe incarnare il complesso delle competenze anche e soprattutto a difesa dei meno abbienti.
Dagli inizi degli anni 90 sotto le politiche di Reagan e della Tatcher si iniziò a teorizzare che lo Stato dovesse “ritirarsi dall’economia”. Dagli inizi degli anni ’90 cioè declinò e svaporò rapidamente lo Stato socialdemocratico che era stato fondato nel XX secolo su una economia mista pubblico privato, su istituzioni collegiali forti e su corpi intermedi strutturati.
Lo Stato operava in economia in regime di concorrenza con il privato. Il profitto di queste grandi aziende veniva poi ad alimentare anche il c. d. stato sociale o welfare. Paesi di alto livello costruirono società dove il livello di protezione, di sviluppo e di crescita sociale suscitarono grandi ammirazioni.
Da quegli anni e senza interruzione fu iniziata una politica di demolizione della autorevolezza della politica certamente facilitata come in Italia dagli scandali giudiziari. Si ripetette fino alla noia: La politica è sporca; devono contare le persone specialmente quelle potenti; i partiti sono degradati e degradanti perché sono lenti, inadeguati, incapaci di rimanere al passo dei tempi; il rapporto di consenso deve passare direttamente fra il leader carismatico ed i cittadini senza necessità di mediazioni; le istituzioni sono vecchie e a causa della inefficienza degli organi collegiali il massimo del potere deve essere assicurato agli organi esecutivi; alla politica vanno applicati i criteri della gestione commerciale aziendale privata; la disponibilità dei mezzi di informazione di massa è assolutamente indispensabile per l’orientamento dell’opinione pubblica. Potrei continuare nella descrizione delle linee del nuovo stato ma ritengo che le esemplificazioni siano sufficienti.
Si è voluto “lo Stato leggero”. Questo obbiettivo è stato raggiunto dalle elite che gestiscono il potere vero. Queste elite hanno vinto la battaglia di classe contro i poveri. Quindi la politica è diventata “ancillare” e subordinata. E’ per questo che istintivamente una percentuale crescente di cittadini non si presenta più alle urne elettorali. Non riesce a capire più che cosa possa fare la politica a favore di quanti vivono una esistenza progressivamente più difficile e sempre più aliena da prospettive di sicurezza sociale.
Il ceto medio negli ultimi trenta anni circa è in buona parte sprofondato verso l’area della povertà parziale o assoluta. La disillusione popolare è molto radicata e oramai incallita. Qualche volta viene scossa da alcuni soggetti che si presentano sul teatrino della politica con fare persuasivo e disinvolto; dispensano promesse a piene mani ma, arrivati al potere, si manifestano per quelli che sono: soggetti proni e sottoposti “ai mercati” e cioè ai poteri forti.
Lo Stato leggero oramai è diventato una realtà.
Tutto o quasi è stato privatizzato anche nei settori dei servizi pubblici. Di questi è diminuita la qualità mentre sono aumentate le tasse e le tariffe.
La privatizzazione non ha risparmiato nemmeno i settori strategici delle comunicazioni, dell’energia e dell’alta tecnologia. In effetti negli anni ’90 si sosteneva esattamente il contrario: lo Stato non si ritirerà dai settori economici strategici. Ma d’altra parte si sa: “L’appetito vien mangiando”.
Eppure mentre la ricchezza si concentra in una percentuale bassissima di famiglie non si cercano le risorse dove sono ma vengono rastrellate sui poveri quasi assimilati a “pecore merinos”.
Ci è stato ripetuto ossessivamente che non potevamo mantenerci sui vecchi livelli di vita perché non potevamo più permettercelo. Così il regime pensionistico è stato irrigidito e inasprito; il settore della sanità pubblica è stato taglieggiato di circa trenta miliardi nel periodo considerato; la pubblica istruzione è uscita malconcia dalle varie riforme che si sono susseguite; i Comuni sono stati colpiti da riduzioni progressive dei trasferimenti erariali. E questo orientamento non sembra arrestarsi. Forse siamo già arrivarti ad uno “stato di sughero?”.







































