Il Campionato del mondo di calcio 2026 si è concluso con la vittoria della Spagna.
Era prevedibile che la squadra allenata da Luis De La Fuente si aggiudicasse l’ambito titolo. Lo sapevamo che era tra le più favorite del torneo sin dal suo inizio.
Nella partita finale la Spagna si è imposta sull’Argentina con un goal di Ferran Torres, realizzato nei tempi supplementari.
Potremmo scrivere a lungo su questo campionato disputato per la prima volta in tre Paesi, Canada, Messico e Stati Uniti, e con la partecipazione di ben 48 squadre. Però abbiamo preferito parlarne con Donatella Scarnati, una celebrità del giornalismo calcistico italiano. Per quarant’anni circa ella ha descritto e commentato mirabilmente per il TG1 e per Rai Sport pagine e pagine di calcio con eventi memorabili e passati alla storia.
D. Dottoressa Scarnati, ritiene che la conquista del titolo da parte della Spagna sia ampiamente meritato?
R. «Sì, la Spagna ha meritato la vittoria, grazie ad un collettivo che ha saputo imporre il proprio gioco. L’Argentina è sembrata stanca e Messi lontano dalle prodezze viste durante il torneo. Un titolo, quello dei ragazzi di De La Fuente, costruito si’ su un gioco corale, ma anche sulla compattezza della difesa. Un fiore all’occhiello che ha fatto la differenza. Complimenti agli spagnoli».
D. Con quale stato d’animo ha seguito questo Campionato del mondo senza la partecipazione della nostra Nazionale?
R. «Ho seguito il Mondiale con molta tristezza. Non partecipare per la terza volta consecutiva è qualcosa che nessuno poteva immaginare per un paese come l’Italia, così importante nel panorama calcistico mondiale per quanto ha vinto e dimostrato. Una vera batosta. L’11 giugno, all’inizio del torneo, sapevamo che avremmo seguito le partite comunque perché amiamo il calcio e perché non capita spesso di vedere campioni come Messi, Mbappe, Neymar, Harry Kane e tantissimi altri. L’amarezza per l’assenza dell’Italia, ma la consapevolezza che lo spettacolo sarebbe stato bellissimo. E infatti gli ascolti sono stati da record. Questo però non ha cancellato lo stato d’animo degli italiani, costretti ancora una volta a guardare da spettatori il più grande evento del calcio. Insomma, inutile negarlo, ho vissuto il Mondiale con un grande magone».
D. Ha ritenuto conveniente disputare le partite del mondiale in tre stati diversi?
R. «Conveniente per il business e per chi lo organizza, ma per quanto riguarda l’aspetto sportivo il discorso cambia. Il Mondiale disputato in tre stati diversi rischia di trasformarsi in un evento enorme, ma dispersivo e con problemi logistici. Una strada comunque ormai tracciata: per una logica economica, i costi vengono distribuiti su più soggetti, e un Mondiale Large fa anche crescere il suo valore commerciale».
D. Ritiene che la presenza ridotta delle squadre europee a favore di quelle asiatiche e africane sia stata giusta o abbia “compromesso” lo spettacolo?
R. «Assolutamente no, lo spettacolo non è stato affatto compromesso. L’allargamento ha portato alla ribalta squadre africane interessanti. Il Marocco ormai è una certezza e lo sappiamo, ma Costa d’Avorio e Senegal hanno confermato di essere nazionali di buon livello. L’Europa rivendica più posti perché comprende molte delle nazionali più competitive, ma il blasone da solo non basta e non è sufficiente dire “Abbiamo vinto quattro titoli meritiamo di più”. La discussione può essere, in generale, sul livello alto del calcio europeo e sul percorso più duro per la qualificazione rispetto ad altri continenti».
D. Come valuta la partecipazione di così tante nazioni rispetto alle edizioni precedenti?
R. «Il Campionato del mondo a 48 squadre ha mostrato pregi e difetti. I pregi sono dovuti all’inclusione di molti paesi, per cui abbiamo scoperto alcune nazionali poco note capaci di esprimere un calcio inaspettatamente avvincente, ma spesso la qualità tecnica nelle prime fasi è stata al di sotto delle aspettative. Il torneo è davvero decollato dai sedicesimi in poi. Sintetizzando ho trovato curiose e interessanti tante storie che riguardavano squadre e giocatori poco conosciuti, ma da un punto di vista calcistico, il divertimento è arrivato dopo».
D. È stato il Campionato del mondo dei quarantenni; vi hanno partecipato tanti campioni al loro ultimo mondiale. A suo avviso, si è allungata la vita calcistica dei calciatori o sono eccezioni?
R. «Si è allungata soprattutto la vita dei fuoriclasse, dei grandi talenti come Messi, Cristiano Ronaldo, Modric ecc. Campioni che sono un esempio per i giovani grazie alla loro professionalità, alla serietà e alla cura di ogni dettaglio. Alle spalle, ripeto, c’è molto lavoro. Questi grandi calciatori non lasciano nulla al caso, anche se ad una certa età vanno a giocare in campionati che non sono più competitivi. Nella loro testa c’è sempre l’idea di concludere con un grande evento che di solito è proprio il mondiale. La longevità però riguarda una minoranza. I portieri rappresentano un caso a parte».
D. Quali squadre le hanno destato particolare sorpresa?
R. «All’inizio Francia e Inghilterra, poi indiscutibilmente la Spagna».
D. Secondo lei, questo Campionato del mondo, quali aspettative ha confermato e quali orme imprimerà alla storia del calcio?
R. «Ha confermato che i grandi calciatori fanno sempre la differenza. Il talento capace di cambiare l’esito di una partita all’ultimo minuto rimane decisivo. Allo stesso tempo abbiamo visto quanto sia importante il valore collettivo. La Spagna ha mostrato un’organizzazione di gioco quasi perfetta e poi l’imprevedibilità del torneo con le sconfitte a sorpresa delle nazionali favorite come la Francia e l’Inghilterra. Che strada ha tracciato questo mondiale? Ha allargato la partecipazione a 48 squadre, ha coinvolto tre stati diversi, Messico, Canada e Stati Uniti. Un torneo durato 39 giorni, 104 partite. Alto il costo dei biglietti, inconvenienti per chi si è dovuto spostare da uno stato all’altro. Però vedere gli stadi sempre pieni ha allargato i cuori e ci siamo divertiti molto. Ha vinto il calcio lo slogan di questo mondiale americano».
D. Dottoressa Scarnati, dalla metà degli anni ’80 al 2022, tra l’altro, ha seguito ininterrottamente la Nazionale italiana di calcio. A quale corso e a quale commissario tecnico si è sentita particolarmente attratta?
R. «Carlo, il mio primo commissario tecnico è stato Enzo Bearzot nel 1986 al Campionato del Mondo in Messico. Ero all’inizio della carriera ed era il primo Mondiale che seguivo. Guardavo con ammirazione, emozione, orgoglio l’immenso citti campione del mondo nel 1982. Per il resto ogni commissario tecnico mi ha arricchito e lasciato ricordi indimenticabili.
Con Arrigo Sacchi, la finale persa contro il Brasile a USA 94, con Dino Zoff quella contro la Francia agli Europei del 2000 e nel 2012 con Cesare Prandelli la sconfitta in finale contro la Spagna agli Europei del 2012. E poi il trionfo nel 2006, quella quarta stella che brilla sulla maglia azzurra. In panchina un altro straordinario commissario tecnico, Marcello Lippi. Un privilegio aver vissuto venti anni fa quei momenti. E come non parlare dell’ Italia di Roberto Mancini e di quel trionfo all’Europeo del 2020? Un’edizione vissuta in un periodo drammatico, quello del covid».
D. Lei è stata la prima donna a curare i collegamenti televisivi di 90° Minuto condotto dall’indimenticato Paolo Valenti. Può ricordare quell’esperienza?
R. «L’incontro con Paolo Valenti fu incredibile e tra i più importanti della mia carriera. Appena arrivata al Tg1, da Televideo, Paolo Valenti volle inserire una voce femminile all’interno della squadra di “90° Minuto”. La sua disponibilità e la sua umanità mi colpirono molto. Il primo collegamento nel 1989 dallo stadio Olimpico fu un momento indimenticabile. La tensione era enorme perché la trasmissione era seguita da milioni di telespettatori e sentivo sulle spalle la responsabilità di non deludere chi mi aveva scelta, Paolo Valenti».






































