Non solo cinghiali. L’eccesso di fauna selvatica sta cambiando il nostro paesaggio. È questo che vogliamo?
Ha fatto notizia la passeggiata per le strade di Collodi di un branco di cinghiali. Uno dei tanti esempi di come il numero di cinghiali sia assolutamente fuori controllo. Anche i cittadini ormai direttamente o indirettamente ne hanno coscienza: sulle strade sono pericolosi, se invadono l’orto lo distruggono e tanti altri episodi che ormai da anni si ripetono.
Da anni si temeva, poi, l’emergenza sanitaria per la Peste suina africana (PSA), che puntualmente è arrivata, favorita in particolare dalla diffusione dei cinghiali e che mette a rischio la salute solo dei maiali e dei cinghiali e quindi la sopravvivenza degli allevamenti di suini (soprattutto quelli piccoli, che allevano i maiali allo stato semibrado). Fortunatamente non c’è nessun pericolo di contagio per altre specie animali e soprattutto per l’uomo.
Tutti problemi che gli agricoltori ben conoscono da anni, con danni alle colture e non solo (serre), che aumentano nonostante l’impegno delle autorità e i vari interventi normativi.
Ci sono danni visibili: le scorribande dei cinghiali nei campi di mais lasciano piegate le piante, i girasoli vengono depredati dei preziosi semi dai piccioni non appena giunti a maturazione. Ma danni li subiscono anche i vivai ornamentali e tutte le coltivazioni che sono irrigate col metodo del goccia a goccia. I cinghiali con le loro scorribande rompono tutti gli impianti. Le minilepri, per dissetarsi, mordicchiano i tubicini (spaghetti), lasciando a secco le piante. E non è facile per chi coltiva migliaia di fotinie, cipressi o aceri, controllare ogni giorno le piante senz’acqua che rischiano di seccarsi.
Senza contare la distruzione di un patrimonio paesaggistico e strutturale dei muretti a secco a causa degli ungulati: cervi, ma soprattutto cinghiali. E poi c’è il disfacimento di fossi e fossetti del reticolo idrico minore che sono perennemente messi a dura prova dal passaggio di branchi di cinghiali.
Tra muretti a secco sbriciolati, raccolti perduti, ecc. il nostro paesaggio sta cambiando volto sotto i colpi di un’invasione incontrollata. Accettare tutto questo come la ‘nuova normalità’ significa firmare la condanna a morte dell’agricoltura e del territorio locale.
E quindi la domanda è: è questo che vogliamo?
Maurizio PROCISSI – Responsabile di zona Pescia








































