Trentacinque anni senza il vescovo Romoli. “Finis Praecepti Charitas”

di Carlo Pellegrini

Il 25 marzo 1985, trenta cinque anni fa, si spengeva a Firenze, nel convento delle Suore domenicane dello Spirito Santo, il Vescovo Dino Luigi Romoli dell’Ordine dei frati predicatori.

Per ventisei anni fu il vescovo di Pescia. La frase che accompagnava il suo stemma episcopale era “Finis Praecepti Charitas” (La finalità del precetto è la carità). Prese possesso della diocesi di Pescia il 13 maggio 1951, succedendo al compianto e venerato vescovo Angelo Simonetti.

Era nato a Petriolo (Firenze) il 13 aprile 1900 e appena undicenne fu ammesso alla Scuola Apostolica di San Domenico a Fiesole e aveva ricevuto, nel 1916, l’abito ecclesiastico domenicano a Chieri (Torino). Inoltre, prese parte alla Prima Guerra mondiale.

Al 13 luglio 1924 risale la sua ordinazione sacerdotale e, al 1926, il conseguimento della laurea in Teologia. Ritornò a San Domenico di Fiesole dove divenne parroco apprezzato e ben voluto. Oltre che essere un eccellente insegnante di teologia, fu un valente professore di morale anche nel Seminario Interregionale di Siena.

Nel 1938 papa Pio XII lo aveva richiamato a Roma per impiegarlo al Sant’Uffizio oggi Congregazione per la dottrina della fede e l’anno successivo lo aveva eletto Maestro in Sacra Teologia.

Prima di ritornare nel capoluogo fiorentino, il padre Romoli trascorse nell’Urbe otto anni in qualità di Ufficiale del Sant’Uffizio, come Secondo Compagno del Commissario Generale.

E’ del 1946 il suo rientro a Firenze nel Convento domenicano di S. Marco nelle vesti di padre provinciale, carica che mantenne fino all’ordinazione episcopale avvenuta il 25 aprile 1951.

I SUOI ANNI A PESCIA

A Pescia da molti fu altamente elogiato per la sua vasta cultura e per la sua parola molto efficace. Dal carattere forte e deciso, il Vescovo Romoli esercitò il suo ministero pastorale in una visione pienamente cristiana improntata dalla volontà di Dio. Esperto diplomatico governò sapientemente la diocesi con intelligenza e destrezza, impiegando giustizia, perseveranza e prudenza, poiché “dove non c’è regola non ci sono i frati”.

E’ molto difficile riscontrare errori e mancanze nel suo lungo episcopato pesciatino. Il Vescovo Romoli viveva la sua missione di “custode della dottrina” in maniera ferma, assoluta, determinante e senza tentennamenti. Era molto austero e severo nelle questioni relative al Vangelo, alla fede ed alla Chiesa, ma ben consapevole della sua spiccata personalità e, al tempo stesso, del suo autocontrollo, tenendo più al rispetto che all’affetto del suo clero.

Rivelava monsignor Leone Giani, cancelliere vescovile: “Prima di essere intransigente con gli altri, Romoli era molto intransigente con se stesso”.

Al fine di comprendere l’atteggiamento del Vescovo Romoli, che spesso celava un animo sensibile, occorre tener ben presente la situazione della Chiesa in quegli anni.

Il Vescovo Romoli risiedeva nell’episcopio pesciatino assistito da due suore. Una era suor Isabella, sua sorella, una donna piuttosto parsimoniosa e assai di polso; l’altra, invece, suor Amata. Entrambe appartenevano alla Congregazione delle Suore domenicane dello Spirito Santo. Gli fungeva da segretario padre Leonardo Magrini dell’Ordine dei frati predicatori che, in seguito, fu sostituito da monsignor Duilio Rogaziani.

Sin dalla sua elezione episcopale, il vescovo Romoli continuò a vivere sempre in perfetta simbiosi con Dio. A tutti, in definitiva, è rivolta l’esortazione di Gesù: “Siate voi perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt. 5,48).

Le monache visitandine di Massa e Cozzile affettuosamente soprannominarono il Vescovo Dino Luigi Romoli o.p., “il vescovo di bianco vestito”: “il papino”,  in considerazione della sua notevole somiglianza al pontefice Pio XII. Infatti, egli prima del Concilio Vaticano II vestiva l’abito talare bianco filettato, mantenendo così la sua appartenenza all’Ordine domenicano; come del resto specificava ogni volta nella sua firma.

Fu sempre presente a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II e intervenne in opposizione al ripristino della figura diaconale permanente.

A conclusione del suo episcopato pesciatino, nel 1977, la città e la parrocchia di S. Maria Assunta di Montecatini Terme vollero porgere al Vescovo Romoli, un caloroso saluto di addio. Questi ringraziò tutti e disse: “Ho fatto quanto era il mio dovere di fare e che altri avrebbero fatto di più e meglio di me, perché siamo tutti, più o meno servi inutili”.

Ligio all’osservanza domenicana dobbiamo riconoscerne anche la convincente predicazione

(La Voce di Valdinievole, 15 marzo 2020)