di Alberto Tampellini
Fino a non molto tempo fa, la frase: «Domenico Cherubini, presbitero pesciatino, pulitor di gioie e d’oro» riassumeva quasi per intero tutte le informazioni riguardo questo personaggio. La citazione è tratta dalla relazione del restauro alle Sacre Teste degli Apostoli, custodite in San Giovanni in Laterano, effettuato nel dicembre del 1649. A ciò si aggiungeva una lista – per il vero nemmeno troppo completa rispetto alla reale consistenza – dei doni fatti da costui a monasteri e chiese di Pescia.
Ricostruire la sua vita non è stato semplice. Il primo scoglio, che rendeva impossibile reperire anche i dati essenziali della nascita e paternità, è stato quello legato al suo cognome. Un cognome inventato. Siamo, infatti, nei primi anni del Seicento quando, nella penisola italiana, i cognomi dei ceti più bassi della società stavano nascendo. Fino a quel momento le persone povere erano indicate con la menzione di due gradi di generazione, come ad esempio, nel nostro caso: Domenico di Giovanni di Papo da Pietrabuona.
Solo una ricognizione più accurata dei registri parrocchiali, per quegli anni molto dettagliati e cronologicamente completi, ha consentito di accertare che il bisavolo di Domenico si chiamasse Cherubino, e proveniva da Bareglia, alle porte di Pescia. Con buona probabilità, già in paese, a Pietrabuona, la famiglia era chiamata “dei Cherubini” dal nome del patriarca del gruppo familiare.
Domenico, dunque, assunse un cognome perché lo identificasse con sicurezza. Entrò in seminario e venne ordinato prete a Pistoia, perché Pescia ancora non aveva vescovo proprio. Già nel 1634 lo troviamo a Roma. La sua occupazione per guadagnarsi di che vivere, non avendo prebende o benefici a sostenerlo, era quella che oggi diremmo ‘agente finanziario’. Gestiva, per conto di enti religiosi e di persone abbienti, i depositi fruttiferi nei così detti luoghi di monte, sorta di titoli di debito pubblico dello Stato pontificio. In qualche maniera entrò a servizio di Giovanni Giacomo Baldini, archiatra pontificio che ebbe in cura tre papi successivi, personaggio di primo livello nella corte pontificia. Ne divenne uomo di fiducia e poi amico, quasi un figlio. Fu tra le braccia di Domenico, infatti, che l’anziano prete-medico spirò nel 1656.
Dopo la morte del suo mentore passò poco tempo e Cherubini tornò nella sua patria Pescia, prendendo casa nel terziere della Ferraia. Fu vicino alla Collegiata di Santo Stefano e membro di diverse compagnie, tra cui quella della Madonna di Misericordia, nell’oratorio della quale volle erigere, per devozione, un altare con le sue insegne.
Tornò da Roma con risparmi e titoli d’onore. Baldini, infatti, nel 1649 lo aveva voluto nominare canonico della collegiata di S.Urbano in Apiro, nel maceratese e suo paese natio, che aveva fregiato di privilegi papali e un ricco beneficio. Alla morte Cherubini lasciò tutte le sue sostanze alla Capitolo di Santo Stefano e non fu una eredità da poco. Oltre la casa di abitazione, lasciò un podere a San Vito di Collecchio e una dotazione di tremila scudi con i quali istituì due benefici perché si pregasse per la sua anima.
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Un personaggio interessante, un uomo capace di farsi strada nel mondo con le sue risorse umane e talenti nella Roma seicentesca che vide la presenza di molte figure, anche di alto livello, provenienti da Pescia divenuta, ormai, una città di ricchi interessi e commerci, politicamente capace di ritagliarsi un posto per attirare su di sé l’attenzione delle corti.
Nella foto di copertina: La lapide commemorativa sul pulpito di S. Stefano
Nelle foto sotto, da sx verso dx: 1) Stemma Cherubini sull’altare costruito a sue spese nel 1664 nell’Oratorio di S. Maria di Misericordia a fianco di Santo Stefano a Pescia; 2) Dono di Cherubini alla chiesa di Santa Maria Assunta al Castellare nel 1647; 3) Il bellissimo pulpito donato da Cherubini alla Collegiata di Santo Stefano nel 1666






































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