Scommetto che fino ad oggi eri convinto si dicesse “tendinite”! Eh già, non sei l’unico, ma iniziamo dando il nome giusto a questa condizione clinica!
Il suffisso “-ite” indica una condizione prettamente infiammatoria, che in questo quadro in realtà non è così tanto presente da giustificare la sintomatologia, specie nei casi cronici. Secondo alcuni recenti studi, in caso di cronicizzazione, il mantenimento del dolore non è direttamente correlato alle cellule infiammatorie.
Sembra un nome molto complesso, ma contiene già tutte le informazioni utili e comprenderlo è più semplice di quanto tu possa pensare.
Si intende per “tendinopatia” una condizione clinica caratterizzata da dolore, alterazione della funzionalità del tessuto tendineo e quadro che spesso evolve in una condizione cronica.
Parlando di “tendinopatia inserzionale achillea” si fa riferimento a una patologia comune nella popolazione sportiva, caratterizzata da dolore e gonfiore nella zona compresa fra il tendine di Achille e il calcagno. Il tendine presenta delle modifiche degenerative a livello inserzionale, cioè in corrispondenza del suo punto di “attacco” all’osso; le alterazioni riguardano prevalentemente la perdita delle strutture di collagene, la perdita dell’integrità delle fibre tendinee e la proliferazione capillare, associate ad aumento della produzione di prostaglandine, che richiamano liquidi, causando così il gonfiore caratteristico di questa condizione.
Generalmente si tratta di una condizione correlata al sovraccarico e allo stress meccanico della struttura, come nel caso di persone che iniziano un nuovo sport o che riprendono ad allenarsi dopo un prolungato periodo di stop o che magari variano il carico di allenamento, come può accadere nelle fasi più dense della stagione sportiva. Anche se il sintomo spesso è correlato all’aumento del carico, il tessuto presenta una degenerazione che si verifica col tempo e può essere latente rispetto all’insorgenza del dolore.
Per diagnosticare una tendinopatia inserzionale achillea non è sufficiente basarsi sul dolore nella regione, ma è opportuno notare anche altri segni e sintomi, come il gonfiore e il rossore localizzati. Inoltre, è frequente che chi ne soffre lamenti una sensazione di rigidità del tessuto, prevalentemente al mattino o dopo essere stati fermi per un po’, ad esempio a scendere dall’auto dopo un lungo viaggio o ad alzarsi dalla scrivania dopo qualche ora di lavoro.
Se ti riconosci in quanto detto fino ad ora, sappi che è possibile stare meglio e che il trattamento di prima scelta è la fisioterapia, svolta in tre distinte fasi:
- nella prima fase l’obiettivo è ridurre il dolore,
- nella seconda fase si lavora sull’aumento della forza muscolare
- nella terza fase ci si concentra sul rientro alle attività, anche sportive, prevenendo il rischio di recidiva.
Per gestire il dolore può essere utile l’aiuto di qualche antinfiammatorio, ma attenzione ad utilizzarlo per lungo tempo, perché potrebbe alterare la qualità del tessuto tendineo e quindi esacerbare una condizione già precaria, in caso di abuso o utilizzo prolungato!
Secondo recenti studi, un altro intervento di supporto in questa patologia sono le onde d’urto focali.
Per quanto concerne il ritorno completo alle attività, la regola cardine è la GESTIONE DEI CARICHI, il rientro deve essere graduale e per questo la figura del fisioterapista ha ancora un ruolo importante nella terza fase.
La possibilità del trattamento chirurgico viene valutata solamente se dopo un periodo di circa 3-6 mesi di riabilitazione non si riscontra alcun miglioramento.
Spero che adesso la situazione sia un po’ più chiara. Mi auguro che questo articolo sia stato utile per riconoscere alcune sentinelle. Se così fosse, non aspettare che la situazione si cronicizzi e rivolgiti a un fisioterapista per risolverla!
Dottoressa Greta Mauri
Fisioterapista di Studio Fisioterapico Giusti – Pescia






































