Michele Pecora: un poeta prestato alla Musica. Intervista di Carlo Pellegrini

Molte canzoni degli anni ’70 e ’80 sono ancora oggi presenti nel contesto vivo della musica leggera italiana.
Anche varie canzoni del noto cantautore Michele Pecora sono tessere luminose di questo puzzle brillante e intramontabile.
Con il suo pentagramma Michele Pecora ha prodotto anche recenti canzoni.

D. Michele, quando è iniziato il suo rapporto con la musica?
R. «Avevo 12 anni quando arrivò a casa una chitarra, perché mia mamma comprò un elettrodomestico e allora gli strumenti musicali venivano venduti nei negozi di elettrodomestici, non c’erano negozi musicali. E arrivò, appunto, a casa questa chitarra e non interessò a nessuno; io ne rimasi affascinato e da lì è iniziata la mia “avventura” con la musica».

D. Può raccontarci il suo esordio nel grande mondo musicale italiano?
R. «Nel 1977 partecipai Festival di Castrocaro e vinsi con una canzone che si chiama “La mia casa” e parla della mia infanzia, della mia casa, che avevo lasciato per andare altrove. Poi ebbi un contratto con la casa discografica Warner e nell’aprile 1979 uscì la canzone “Era Lei” e fu subito un grande successo».

D. Come giunse al successo così immediato?
R. «“Era Lei” è una canzone che colpì un po’ tutti, perché racconta una storia abbastanza consueta, comune, quella di un amore estivo. Però io cercavo una forma diversa di scrittura, che in me era naturale, perché la Warner mi prese al Festival di Castrocaro, in quanto sosteneva che il mio modo di scrivere era diverso. Il mio modo aveva una forma di scrittura poetica che a loro piacque molto.
“Era lei” racconta la storia dell’amore estivo con un linguaggio molto diverso per quei tempiL’estate in mano ai capricci del sole / La luna che se ne va a riposare / Dimenticando l’ombra sul verde del mare… aveva una sua logica, una sua forma poetica e questo probabilmente aiutò anche il pezzo ad avere successo».

D. Quali sono gli stili inconfondibili che distinguono la sua musica?
R. «Diciamo che melodicamente c’è una struttura molto vicina anche probabilmente alla mia indole e anche alle mie radici, che sono quelle campane; io sono nato ad Agropoli. Ognuno di noi, in realtà, è in qualche modo portato a scrivere in funzione anche della sua crescita, delle sue radici. Invece a livello letterario, a livello di testi, questa scrittura è un pochino diversa da quella consueta e più vicina probabilmente al linguaggio poetico».

D. Quali canzoni hanno poi contraddistinto la sua esperienza di cantautore?
R. «“Era lei”, poi c’è stata “Te ne vai” nell’Ottanta, con la quale vinsi il Festivalbar come canzone più votata dalle radio private. Che poi io sono un figlio delle radio in effetti, non della televisione; la televisione è arrivata dopo. La radio invece mi ha aiutato molto soprattutto con la canzone “Era lei” ad avere successo. “Me ne andrò” nel 1985, presentata al Festivalbar e poi da lì tutta l’altra produzione, una collaborazione con Franco Battiato e Giusto Pio per un brano che si chiama “Canterai se canterò”, interpretato da Chaterine Spaak e poi ripreso da Milva fino alla fine della sua carriera; poi la canzone “Rivoglio la mia vita” del 1995 presentata da Lighea al Festival di Sanremo; poi c’è un brano scritto per Barbara Cola e tante altre canzoni. Direi che la canzone “Vestita di bianco” è la mia più particolare, ma anche quella che forse meglio descrive un po’ il mio mondo, ma soprattutto il mio modo di riflettere sulle grandi cose della vita, sui grandi misteri della vita; è una canzone che ho scritto che avevo 16 anni».

D. Quanto influisce la musica nella sua vita privata?
R. «Influisce abbastanza. Però, al contrario di quello che si può pensare, alla musica dedico momenti della mia giornata perché suono la chitarra, che continuo a studiare perché mi serve ovviamente anche per il mio mestiere, oppure a scrivere canzoni. Devo dire però che la scrittura è una cosa molto particolare, nel senso che puoi scrivere quando hai un’ispirazione, o uno stimolo dettato da qualcosa che accade durante la giornata, o una riflessione, o un pensiero; allora dedico alcuni momenti della mia giornata alla musica».

D. In quali modi le sue canzoni possono raccordarsi al mondo di oggi?
R. «Diciamo che le mie canzoni hanno un’origine da osservatore più che altro, cioè da chi osserva il mondo, a volte da spettatore, altre volte da protagonista; e quindi il racconto si fa canzone attraverso ciò che mi colpisce nella mia vita quotidiana, o nelle cose di cui parlo magari con un amico o con una persona anche sconosciuta; quindi ci sono delle cose che poi scattano e ti fanno scrivere una canzone. Io credo nel mondo quotidiano, ma non so quanto questo linguaggio possa avere peso presso i giovani. Tuttavia nei miei concerti e nelle mie serate mi avvicinano tanti giovani, e questo mi fa veramente piacere, e sono sinceri quando mi dicono che magari non mi conoscevano, però sono rimasti colpiti anche da ciò che dicevo e da ciò che cantavo. Questo è un segno, un segnale, perché credo che la musica non abbia una collocazione temporale o di linguaggi o di mode. Ci sono canzoni, linguaggi, espressioni musicali che possono superare anche il fattore generazionale».

D. Come è nata la sua collaborazione con vari cantanti?
R. «Con Zucchero ci siamo conosciuti quando io ho fatto “Era lei”, lui ancora era sconosciuto. Mi chiamò, mi telefonò e mi disse che voleva vedermi, eccetera eccetera. Poi siamo diventati amici, ci siamo frequentati per tanto tempo e poi è nata “Te ne vai” tutta insieme. Tutte le altre collaborazioni nascono in forma live, dove io ho ospitato i miei colleghi, Ron, Riccardo Fogli, Peppino Di Capri, Ivana Spagna e tanti altri. Una cosa che ho sempre riscontrato e che mi ha fatto piacere è stata sempre ricevere un aspetto e una stima dai miei colleghi, se vogliamo anche inattesa in qualche modo, che però era molto bella e molto significativa».

D. Nell’inverno del 2019 partecipò alla trasmissione “Oro o mai più” con la meravigliosa canzone “I poeti”, che, in definitiva, fu la vincitrice morale. Può parlarcene?
R. «Credo che la canzone “I poeti” sia un po’ il riassunto del mio scrivere e rappresenta un po’ tutto ciò che nel corso di questi anni ho fatto, ho guardato, ho cantato; potrei definirla così: un bel riassunto di tutto quanto. In realtà la canzone nasce dopo una serata piacevolissima passata con l’attore Enzo Decaro dell’ex gruppo teatrale “La smorfia”; parlammo di poesia, di poeti… E dopo una settimana circa, all’improvviso mi venne questa ispirazione e attraverso gli occhi dei poeti, che non sono mai come te li aspetti, perché se tu leggi una poesia e conosci il poeta di riferimento scopri una persona diversa da quella che ti eri immaginato; questo perché loro hanno la capacità di descrivere cose che non hanno vissuto o posti dove non sono mai andati, ma è come se ci fossero stati. Questo vale un po’ anche nella canzone, è un po’ la stessa cosa. Comunque io cantai questa canzone nel programma televisivo, “Oro o mai più” e ci fu quel trionfo, quel successo bello, ma al di là del riconoscimento personale, che pure mi ha fatto piacere, la cosa importante è che mi ha confermato ciò che io ho sempre pensato da ragazzo, cioè che la canzone, soprattutto la canzone da autore, non debba necessariamente avere una collocazione di intrattenimento, ma può essere anche motivo di spunto, di riflessione, di pensiero, legata a un momento della nostra vita, a un momento bello, ma anche a un momento, diciamo, meno bello, ma importante della nostra vita. Ecco, la canzone “I poeti” mi ha confermato questo ed è stato probabilmente il riconoscimento più bello».

(Foto pagina Wikipedia)