“Il loto che si schiude sulla superficie delle acque è, secondo la tradizione induista, il simbolo della prima manifestazione dell’Essere Supremo, la porta e la bocca del grembo dell’universo”.
Da questa introduzione si può ben capire quanto sia complessa, e difficilmente comprensibile per i profani come me, tracciare l’origine di questo fiore.
Non segreti, ma solo l’evoluzione della sua origine che si apre per creare Brahmà, nato da sé stesso al centro del fiore, sorto dall’ombelico di Vishnur.
Il lato “cosmico” assunse le sembianze di una dea, che è chiamata Shri o Lakshmi: era la grande Dea-Madre che, dopo l’invasione ariana fu adorata in vaste aree del mondo simile a Ishtar o Afrodite o Hator.
Come l’Afrodite mediterranea emerge dal “mare Frullato”, il misterioso Oceano di latte poggia sul loto, fiore sacro della Manifestazione. Siccome la Grande Madre è colei che non solo dona, ma toglie la vita, il loto è anche l’attributo della dea Kalà, “Colei che divora“, di cui ne ricordo il nome perché citato in un vecchio film in bianco e nero che, talvolta, veniva rappresentata “completamente nera, con una collana di teste mozzate che pendeva dal collo fino alle ginocchia, simbolo delle cinquanta lettere dell’alfabeto sanscrito”.
Brrr! …preferisco ricordare l’India per le sue tranquille vacche che gironzolano, intoccabili, per le strade di tutto il Paese. Chissà, forse qualche problema ai semafori?
Ritornando a noi, ogni varietà di loto simboleggia, nel buddismo, uno stato spirituale: il bianco è l’immagine della Purezza e della Perfezione spirituale. I suoi otto petali rappresentano gli otto punti della dottrina di Budda. Il loro Rosa simboleggia il Budda Siddharta. Il rosso è il loto della Grande Compassione di Budda. L’azzurro, infine, al contrario degli altri, è raffigurato mai sbocciato, e il suo centro non è visibile, così come l’Intelligenza Suprema di Budda non può essere contemplata dai mortali: “Sappi, o Ananda, che il Budda è un loto bianco tra gli uomini“.
Trasferendosi verso occidente, già la forma del loto è diversa dall’originale orientale. Per gli Egizi, è una ninfea bianca perché Iside la portava sul suo scettro a simboleggiare la fecondità del Nilo.
Trecce di questo fiore sono citate nell’Odissea di Omero (la terra dei Lotofagi), in Erodoto e in Ovidio, così come nel libro di Giobbe. I Greci chiamavano ninfea il fiore bianco che galleggiava sull’acqua favoleggiando che fosse una ninfe (divinità minore femminile) trasformata dagli dei.
Nei paesi europei, il genere “nuplar” sprigionava un aroma di alcol stantio e per questo veniva chiamata anche “bottiglia di brandy”. Nell’Europa medievale i medici sostenevano che togliesse ogni desiderio sessuale e, forse per incoraggiare l’astinenza, questi fiori furono scolpiti sui cornicioni della cattedrale di Bristol e dell’abbazia di Westminster a Londra.
Naturalmente, nel linguaggio dei fiori simboleggiano l’impotenza. Nel linguaggio cristiano, ha ispirato la Carità e, oggi, la Purezza, l’Innocenza, la Riservatezza e, anche, la freddezza.