Nicola Cecchi è l’amministratore di un gruppo sorto su Facebook, seguito da oltre 3600 persone c’è da immaginare residenti in tutta la Valdinievole. Si chiama “Ospedale SS Cosma e Damiano Pescia DIFENDIAMOLO”.
Cecchi ha scritto alla nostra redazione denunciando che “da tempo la sanità toscana tende inesorabilmente ad allontanare i cittadini dal servizio pubblico”. Secondo quanto riferito da Cecchi, “la direzione dell’Ausl Toscana centro, di cui Pescia fa parte, ha recentemente deliberato di “cedere” ai privati 36mila visite specialistiche e 36mila ecografie l’anno. La spesa sanitaria toscana pro-capite ha subito un’inversione di tendenza dal periodo 2015/016 per arrivare ai valori attuali inferiori alla media nazionale”.
“All’interno di questa “tragica” cornice, si inserisce il “percorso ad ostacoli” che i pazienti sempre più spesso sono costretti ad affrontare nel tentativo di usufruire di una prestazione sanitaria. Anche a Pescia da, svariati mesi, la cosa si è complicata per coloro che devono affrontare prestazioni ripetute. Ad ogni appuntamento successivo infatti, i malcapitati devono essere registrati al CUP. Questo in nome della quantificazione delle prestazioni (ma non sono desumibili dalla cartella ambulatoriale?) così cara all’establishement burocratico-amministrativo che governa la Sanità come fosse il registro del Catasto.
Ecco quindi che pazienti, spesso cronici e non del tutto autosufficienti, ad ogni accesso, prima di essere accuditi, dovranno affrontare interminabili code al CUP per essere registrati. Se non sono in grado di farlo in prima persona, toccherà ai parenti o addirittura agli ambulanzieri che li accompagnano. In pratica per una prestazione relativamente breve, si arriverà ad un notevole inutile spreco di tempo. Tempo del malato, tempo di lavoro perso dei parenti, tempo sprecato degli ambulanzieri che inevitabilmente si ripercuoterà sui loro successivi servizi a scapito di altre famiglie e di altre persone malate.
E’ quindi intuitivo come, il fine ultimo, sia quello di rendere sempre meno accessibili le prestazioni, probabilmente nella speranza che la maggior parte dell’utenza stremata si rivolga al “privato” o si rassegni. In tal modo si otterrebbe un duplice risultato: si accorcerebbero le liste d’attesa e si giustificherebbe il progressivo depotenziamento del personale sanitario.. già però, come sempre, sulla “pelle” dei pazienti e degli operatori!