Lo Stato è evanescente.  Beh,“Cui prodest?” di Franco Nardini, ex sindaco di Massa e Cozzile

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Grazie per la risposta. ✨

Ci sono dei fenomeni sociali, politici ed economici che si determinano con un progressività abbastanza lenta che agli occhi dei più appaiono impercettibili. E’ il caso della instaurazione della cosiddetta cultura neo-liberista che trasse le sue origini a partire dagli inizi degli anni ’90 negli Stati Uniti ed anche nel Regno Unito. Reagan e la Thatcher avviarono nei loro rispettivi Paesi una rivoluzione epocale nel segno della “deregulation” e della c.d. libertà assoluta  di iniziativa.

Nei decenni successivi furono eliminati progressivamente  quelli che vennero definiti come “lacci e laccioli” intesi come quegli elementi di intralcio e di remora al libero dispiegarsi delle iniziative del “mercato”. Il pubblico fu denigrato violentemente e la politica insultata come una sanguisuga agganciata sul bene pubblico. I corpi intermedi quali i sindacati e la società civile costituita dall’associazionismo di tutte le nature furono depotenziati e progressivamente emarginati.

Questa politica fu gestita con particolare veemenza e l’aggressione avvenne con tutto il fuoco di potenza dei mass media. Queste linee di azione presero il via nei circoli economici di Chicago e la figura dominante fu quella di Milton Friedman. La loro filosofia fu molto sintetica ed efficace: al centro della società c’è “il mercato” che costituisce l’elemento regolatore non solo economico ma anche conseguentemente sociale e culturale. Il mercato è razionale e gli altri elementi eventualmente conflittuali  ne sono i disturbatori o gli elementi opportunistici.

Nei circoli conservatori degli Stati Uniti nei decenni precedenti si era diffusa una convinzione e cioè quella secondo cui il ceto medio era orientato ad una pericolosa tendenza verso sinistra che doveva essere contrastata in tutti i modi. Fu così avviata una rivoluzione profonda all’insegna della demolizione delle linee progressiste in espansione. Quindi se il mercato era l’elemento centrale, determinante e quasi “sacrale”  il corollario era quello della necessità di una società non di massa bensì di un coacervo di cittadini atomi, non coesi, immersi in un mercato nel quale dovevano agire come imprenditori e idonei  di far valere le loro capacità di efficienza e di successo  nel  settore dell’attività prescelta.

Il singolo individuo è così alle prese con un ambiente “selvatico” dove la competizione sfrenata obbliga all’esaltazione delle sue qualità. In questa condizione di “competizione darwiniana” naturalmente sono progressivamente scomparsi i diritti sociali. Sono stati ridimensionate le tutele previdenziali, sanitarie, le garanzie di una pubblica istruzione eguale per tutti e le difese di assistenza sociale.
Dopo quasi quaranta anni lo stato è molto meno presente nella nostra vita e le persone comuni oramai intese come singole vivono in condizioni di infelicità, di stress continuo, di timori di decadimento nella base di una povertà in rapido ampliamento.

Un gigantesco trasferimento di risorse è avvenuto a scapito della classe media verso i pochi vertici della società che controllano oramai una ricchezza impressionante.
La domanda che ciascun  comune cittadino dovrebbe porsi è la seguente: “Ma se questa condizione mi provoca stress, competizione sfrenata, disagio e forse povertà come posso oppormi?”. Ma questa condizione “cui prodest?”.

Allora  probabilmente quel cittadino dovrebbe cominciare ad usare la prima persona plurale del verbo e non la prima singolare e cioè: “come possiamo opporci?”. Infatti la cultura neo-liberista ha rinchiuso la persona in una gabbia dell’ “io” e fino a che quella gabbia non sarà aperta e sarà usato in modo liberatorio l’urlo del “noi” non credo che potremo sperare in un miglioramento generale sociale ed economico. E’ cosa semplice? Penso di no. Ma c’è un’alternativa? No. Non credo proprio.
Ci sarà da attraversare un deserto?
E’ possibile. Ma a volte il mondo cambia e molto velocemente ed i fatti cominciano a rotolare con una forza insospettabile ed anche incontrastabile.