Le famiglie non possono diventare un doposcuola con tutta l’ansia che questo crea. Alessandra Butelli

AGOSTOOOO… finalmente è tempo di partire per la nostra vacanza!

Facciamo il riepilogo per verificare se abbiamo caricato tutto: valigia c’è, occorrente per la spiaggia c’è, giochi da spiaggia ci sono, libro per la mamma c’è, carte da gioco, racchette e pallone ci sono. Quindi possiamo partire…
Luigi, hai preso il libro delle vacanze?”
“UFFAAAAAA!
Eccola. L’ombra dei compiti delle vacanze incombe, riaccendendo ogni estate un dibattito ormai annoso: è giusto o no assegnare compiti durante l’estate?
Ogni anno la stessa storia in tante case, le stesse facce col broncio prima di tornare sulla spiaggia o alla fine di una giornata di mare.
Ma la scuola è finita, è tempo di vacanza!”, direte voi. “Perché deve arrivare puntualmente anche il carico dei compiti estivi?”

E qui si tocca un tasto dolente. Da una parte c’è chi è favorevole a mantenersi un po’ in allenamento durante le vacanze, naturalmente senza esagerare; dall’altra ci sono i sostenitori della vacanza totale: corpo e testa rigorosamente in ferie!

Noi insegnanti, al rientro a settembre, sappiamo però che quasi tre mesi senza riprendere mai in mano ciò che è stato fatto durante l’anno possono farsi sentire. Ma sappiamo altrettanto bene che l’estate non può trasformarsi in un prolungamento della scuola.

I compiti della primaria sono generalmente semplici e, con una buona organizzazione, possono essere svolti senza occupare tutta l’estate. Nella scelta del librino delle vacanze, nel nostro team di insegnanti cerchiamo sempre qualcosa di semplice, che riprenda gli argomenti affrontati durante l’anno attraverso brevi schede, da svolgere in tempi ragionevoli. L’obiettivo non è certo trasformare i mesi più belli dell’anno in una lunga scia di ansie, discussioni e sensi di colpa.

Il segreto per disinnescare l’ansia tra genitori e figli potrebbe essere proprio una programmazione semplice e concentrata, abbandonando magari il famoso “un pochino tutti i giorni”, che rischia di far diventare i compiti una presenza fissa da giugno a settembre.
All’inizio dell’estate si può prendere un calendario e scegliere insieme pochi periodi dedicati al lavoro: ad esempio due settimane a luglio e due a fine agosto, oppure alcune mattine stabilite in anticipo. In quei giorni si lavora; nel resto dell’estate i libri possono tranquillamente rimanere chiusi nello zaino.

Sapere che i compiti hanno un inizio e soprattutto una fine toglie quell’ansia del “non finiscono mai”. Anche i bambini lavorano meglio quando riescono a vedere il traguardo.
Organizzare il lavoro in questo modo permette di mantenere un po’ di allenamento mentale, lasciando però intatto quello che considero un vero diritto dell’infanzia: avere tempo per giocare, annoiarsi, inventare, stare con gli amici e crescere, soprattutto durante la vacanza vera e propria, al mare, in montagna o semplicemente a casa.

Ma allora quali sono i vantaggi dei tanto discussi compiti estivi?
Circa novanta giorni senza scuola sono tanti e una piccola ripresa degli argomenti affrontati durante l’anno può aiutare a non perdere completamente il lavoro fatto nei mesi precedenti. Ecco perché un semplice libro delle vacanze può diventare uno strumento utile per mantenere alcune abilità, consolidare ciò che si è imparato e, soprattutto, abituare gradualmente bambini e ragazzi a organizzare da soli il proprio tempo.

Ed è proprio qui che, secondo me, il discorso sui compiti incontra una questione molto più grande: come vogliamo che sia la scuola?
In molti altri Paesi le vacanze estive sono più brevi e l’anno scolastico è organizzato diversamente rispetto al nostro. Ma le differenze non riguardano soltanto la didattica: cambia il modo di vivere la scuola, il rapporto con docenti e compagni, la gestione del tempo e il ruolo delle attività extrascolastiche.

Nel sistema italiano la lezione frontale occupa ancora molto spazio: si ascolta, si studia, si svolgono esercizi e, soprattutto crescendo, si affrontano verifiche e interrogazioni. In diversi sistemi scolastici stranieri, invece, trovano maggiore spazio anche laboratori, progetti, attività pratiche, sport e lavori di gruppo.
In alcune realtà gli studenti possono inoltre personalizzare maggiormente il proprio percorso, provando attività diverse e scoprendo interessi e talenti che forse tra le pagine di un libro avrebbero più difficoltà a emergere.

Anche la valutazione può essere diversa: non soltanto una verifica o un’interrogazione, ma un insieme di elementi che comprende progetti, partecipazione, lavori di gruppo e attività svolte durante il percorso. La scansione del tempo scolastico è un altro aspetto interessante. In molti Paesi si entra al mattino e si rimane a scuola fino al pomeriggio, alternando lezioni, laboratori, sport e altre attività. La scuola diventa così non soltanto il luogo dove si “fanno lezione e i compiti”, ma uno spazio nel quale trascorrere una parte importante della propria giornata, costruire relazioni e crescere insieme agli altri.

Forse, allora, la vera domanda non è se abolire o meno i compiti delle vacanze, ma quali compiti, quanti e soprattutto con quale scopo. Un po’ di allenamento durante tre mesi di pausa può essere utile, ma senza dimenticare che anche giocare, viaggiare, leggere per piacere, annoiarsi, stare con gli amici e imparare a cavarsela da soli sono “compiti” importantissimi per crescere. E forse potremmo anche guardare un po’ più lontano, verso quelle scuole dove bambini e ragazzi trascorrono più tempo imparando insieme, sperimentando, facendo sport e lavorando a progetti, e un po’ meno tempo riportando la scuola a casa.

Perché le famiglie non possono diventare un doposcuola permanente, con genitori trasformati in insegnanti e figli inevitabilmente… poco collaborativi!
Quindi sì al librino delle vacanze, purché sia piccolo, sensato e abbia soprattutto una caratteristica fondamentale: una fine.
E adesso possiamo davvero partire.
“Luigi, il libro delle vacanze l’hai preso?”
“Sìììì!”
“Perfetto. Mettilo in fondo alla valigia. Prima si va al mare!” 😄