Ci siamo! Tutto è pronto per l’inizio della XXIII edizione del Campionato mondiale di calcio 2026 prevista per giovedì 11 giugno.
Questa competizione riserverà un aspetto nuovo rispetto alle precedenti esperienze Infatti si terrà in tre paesi del centro-nord America – Canada, Messico e Stati Uniti – e con la partecipazione di ben 48 squadre. Non ci sarà la nostra Nazionale Italiana. Per la terza volta di seguito gli azzurri non sono riusciti a raggiungere la qualificazione.
Dalle pagine del nostro giornale non poteva passare sotto silenzio un evento eccezionale come il Campionato mondiale di calcio. Pertanto abbiamo pensato di contattare Alessandro Birindelli, ex celebre calciatore della Juventus (oltre di Empoli e Pisa), che gentilmente ci ha rilasciato un’interessante intervista.
D. Birindelli quanta amarezza avvertirà nella visione del Campionato del mondo senza la nostra Nazionale?
R. «Tanta, tanta… Sinceramente è troppo tempo che manca la nostra Nazionale a questo appuntamento e per l’ennesima volta ci toccherà guardare le altre nazioni con anche un pochino di delusione e di rammarico».
D. Secondo lei, quali sono state le motivazioni della mancata qualificazione?
R. «Secondo me, c’è un problema di fondo, un problema strutturale all’inizio del percorso, soprattutto nei settori giovanili, nella crescita dei giovani, nella possibilità di giocare con più coraggio con i giovani. Secondo me è tutto un movimento che andrebbe rivisto».
D. A suo avviso, quali saranno le squadre che si contenderanno il titolo?
R. «Io credo che poi, alla fine della fiera, chi si giocherà il Mondiale saranno sempre quelle tre o quattro squadre, al di là che ci potrà essere una sorpresa: Germania, Francia, Argentina e Brasile. Queste sono, secondo me, le squadre che possono ambire alla vittoria finale».
D. Ritiene che la Norvegia e la Croazia, due squadre che la nostra Nazionale conosce molto bene…, disputeranno un buon campionato?
R. «Secondo me hanno la fortuna di affrontare questo Mondiale senza l’obbligo di vincere, quindi quando uno affronta una competizione libero di testa può far molto bene. Queste due nazioni, comunque nel loro percorso, soprattutto la Norvegia, hanno fatto cose impensabili e potrebbero rappresentare un outsider possibile».
D. Tra i numerosi calciatori presenti in questo mondiale ci sarà qualcuno che potrà ambire al pallone d’oro?
R. «Ce ne sono tanti. Adesso mi sembra un po’ prematuro, però credo che giocatori forti in questo mondiale ci sono; non ci sarebbe il Mondiale senza di loro. E quindi sono sicuro che tanti protagonisti potranno ambire, dopo questa competizione, a vincere questo premio importante».
D. Può esprimerci una valutazione sul Brasile allenato da Carlo Ancelotti?
R. «Io sono felice perché penso che sia uno dei tecnici più forti e più duttili. Ancelotti è un allenatore che si è calato in tante realtà, in tanti paesi diversi e con un grande successo. Gli auguro di far bene visto che l’Italia non c’è. Spero che l’italiano Ancelotti possa vincerlo».
D. Birindelli, lei ha anche indossato varie volte la maglia della Nazionale italiana; cosa ricorda di quell’esperienza?
R. «Per me è stato un premio non dico alla carriera, ma al percorso che ho fatto fin da ragazzo, quando sognavo di giocare in serie A e di raggiungere la Nazionale. È un’emozione e si sente anche un grande senso di responsabilità quando s’indossa quella maglia, perché si rappresenta un Paese, una Nazione intera. Quindi sono emozioni che difficilmente sono descrivibili a parole».
D. Ha disputato 11 campionati nella Juventus con la conquista anche di tre scudetti; cosa può dirci in merito?
R. «Le vittorie innanzitutto le ricordo tutte con grande gioia. Le emozioni sono state tutte importanti, non ce n’è una più di altre. Sicuramente quella del primo scudetto, perché è stato il primo e lo ricordo con più affetto, perché io venivo dall’ Empoli in Serie B, con il quale avevo vinto il campionato con Luciano Spalletti come allenatore; quindi mi affacciavo al calcio che contava in una squadra che era già vincente a livello europeo. Era una squadra che aveva vinto nel 1996, l’anno precedente, la Champions con dentro tanti campioni. Ho avuto la fortuna di condividere momenti con compagni, anzi proprio con uomini, persone che mi hanno aiutato nella crescita professionale e anche nella gestione poi fuori dal campo. I ricordi sono per me importanti perché ero un giovane che veniva da Pisa e la prima volta che uscivo di casa sono andato lì. Ho avuto il piacere di avere tanti fratelli maggiori che mi hanno accompagnato e mi hanno aiutato».
D. Tra questi calciatori c’è qualcuno che ricorda con particolare piacere?
R. «Io ho avuto modo di condividere il piacere di stare con tanti di loro; posso citarne qualcuno: Ferrara, Peruzzi, Di Livio, Pessotto, Zambrotta, Conte, Tacchinardi, Deschamps, Alex Del Piero, con il quale avevo già vissuto un percorso nelle nazionali giovanili, quindi tutti giocatori importanti. Tutti li ricordo con grande affetto e con tutti ho avuto sempre un bel rapporto».
D. Nella sua militanza juventina ha disputato anche due finali di Champions League…
R. «Le finali sono belle. Sono partite affascinanti. Sono momenti di ricordi che rimarranno indelebili nella memoria perché comunque c’è un’attesa spasmodica e soprattutto ci sono aspettative molto alte da parte della gente, dei tifosi, ma anche delle televisioni, dei media, quindi… La settimana precedente è abbastanza tosta. Poi arrivi, giochi… Nel 1998 fu il Real Madrid a batterci con un goal di Mijatovic. Poi, nel 2003, con il Milan: una partita non bellissima, ma che poi ha visto il Milan aggiudicarsi la Coppa ai calci di rigore. Grande amarezza, ricordo anche grande delusione e i momenti dei giorni successivi. Ancora oggi qualche strascico me lo lascia».
D. Al termine del campionato 2005/06 la Juventus fu “umiliata” alla retrocessione in serie B; a distanza di vent’anni, cosa ricorda di quell’increscioso episodio,?
R. «Ricordi di grande delusione, di grande amarezza. Vedevi, non dico distrutto, ma annientato sia il lavoro di anni nella costruzione della squadra, che poi fino a lì aveva dimostrato di essere la più forte sul campo, che i sacrifici che avevi fatto per raggiungere quei risultati. Però poi abbiamo iniziato questo percorso ed è stato comunque bellissimo. Nel campionato di Serie B abbiamo ritrovato l’affetto di tanti tifosi e della gente dove andavamo a giocare. Questo ci ha aiutato in un ritorno non facile perché non era facile con tutti quei punti di penalizzazione vincere il campionato e riportare la Juventus dove le competeva a stare, in Serie A».
D. Nei suoi undici anni con la maglia bianconera ha realizzato sette goal; quali ritiene più spettacolari?
R. «Sicuramente a La Coruña contro il Real Club Deportivo. Fu un tiro da fuori aria e fu un goal meraviglioso. Era il 26 novembre 2002. Così come ricordo con grande piacere quando feci l’assist a Zalayeta che andò in rete contro il Barcellona ai quarti di finale dei Champions».
D. Tra poche settimane inizierà un nuovo capitolo della sua carriera calcistica quale nuovo allenatore del Novara; può parlarcene?
«Quest’anno penso di aver fatto qualcosa di importante con i ragazzi a Piancastagnaio. Una comunità di 3800 anime, un territorio familiare e dove si è creata un’attività importante tra il mio staff e i calciatori, la proprietà e i dirigenti. Avevo bisogno di trovare una sfida diversa; anche perché quello che abbiamo fatto difficilmente poteva essere replicato quest’anno. Quindi si è presentata questa opportunità del Novara che mi ha cercato. Abbiamo fatto dei colloqui, siamo stati una giornata insieme, ci siamo visti e piaciuti e quindi abbiamo deciso di iniziare questo mio rapporto con una società gloriosa. Il Novara storicamente è una società importante e ambiziosa, che ha voglia di crescere e di portare la squadra più in alto possibile. Spero di ritrovare e di portare anche nel Novara soprattutto l’entusiasmo e quella voglia sul campo che la mia squadra ha messo quest’anno».