Francesca Alotta è una celebre cantante che ha vinto anche il Festival di Sanremo nel 1992.
Le sue capacità artistiche sono poliedriche. Infatti si distingue non solo nel canto ma perfino nella composizione di canzoni e testi teatrali.
D. Francesca, le è stato semplice inserirsi nel grande mondo della musica e dello spettacolo?
R. «Di facile non c’è nulla nella vita. Al conservatorio ho studiato tantissimi anni pianoforte, violino, lirica e anche danza classica. Ho fatto tanta, tanta, tanta gavetta. Ho iniziato ad esibirmi con due gruppi, uno polifonico proprio del conservatorio e l’altro che faceva teatro, musica classica, pop, e un po’ di tutto. Questi due gruppi sono stati la mia prima esperienza, diciamo. Quando si arriva troppo facilmente senza studiare, poi le cose finiscono. Non riesci a continuare e a costruire. Penso che i ragazzi di oggi purtroppo arrivino al successo troppo facilmente e altrettanto troppo facilmente poi magari si spengono e non hanno voglia di rinnovarsi in qualche modo. Non ti nascondo che ho avuto un periodo in cui non avevo neanche da mangiare, quando ho iniziato “Domenica in” a Roma; ho avuto dei giorni in cui mangiavo anche una sola volta, uova e basta. I sacrifici sono stati enormi. Ho attraversato proprio la gavetta, quella seria dove veramente non avevo niente. Avevo la Fiat 500 che mi ha aveva dato il nonno, tanti sogni da realizzare e vivevo in 18 metri quadri e appena aprivo il divano letto era tutto finito. Tanta fatica».
D. Quanto ha contribuito nella sua formazione musicale la presenza di suo padre?
R. «Tanto, tanto, tanto. Mio papà era un talento eccezionale. Era tenore, però qualsiasi genere di musica lo faceva bene. Vinse un Festival della canzone siciliana nel 1981 condotto da Pippo Baudo. Arrivò anche terzo al Festival di Castrocaro. Poi abbandonò un po’ questa carriera per dedicarsi a noi figlie e quindi io ho sentito un po’ il dovere di non cambiare cognome, come usava alla mia epoca, e ho mantenuto il mio cognome perché volevo dare onore a mio padre. Mio padre è stato il mio maestro, sia di canto che di vita. Era una persona estremamente saggia. Mi ha insegnato l’umiltà, il rispetto, la voglia di continuare sempre a imparare, ad andare sempre oltre ai propri limiti e a non dare mai importanza all’aspetto fisico. Mio papà era molto bello, però diceva sempre di non dare importanza all’aspetto fisico perché la bellezza col tempo sfiorisce; meglio coltivare l’anima. Avendo avuto un papà del genere capisci che per me è stato non formativo, ma assai di più. Era il mio faro. Purtroppo il Signore me lo ha tolto giovanissimo. Dovevamo fare un disco insieme. Io l’ho fatto lo stesso questo disco e l’ho dedicato a mio padre e si chiama “Anima Mediterranea”. Ci sono tante canzoni, quella con cui vinse il Festival della canzone siciliana, ma anche tutte le arie napoletane, classiche e che lui mi cantava da bambina, mentre rimanevo innamorata della sua voce e di queste melodie. Sono 16 brani tra cui anche la mia canzone “Non amarmi “ con Aleandro Baldi in versione acustica. Volevo il meglio per mio papà perché era la mia vita e mi ha lasciato un vuoto in mezzo, anche se vivo ogni giorno parlando con lui. Sono molto molto credente».
D. Può raccontarci la vittoria storica e commovente del Festival 1992 nella sezione novità con Aleandro Baldi?
R. «A quel tempo facevo parte del gruppo “Le Compilations”, che fu un grande successo di “Domenica in” nel 1989-90; non in quell’occasione la casa discografica Ricordi si accorse di me e mi fece fare un provino che andò bene. La stessa casa discografica poi mi fece un contratto per due album. Partecipai al Cantagiro del 1991 e vinsi con la canzone “Chiamata urgente”. Da lì avrei dovuto partecipare al Festival di Sanremo con la canzone “Sentimenti” prodotta da Giancarlo Bigazzi, ma era di Aleandro Baldi. Sembrava che fossi già al Festival di Sanremo e lo dissi anche a mio nonno: Nonno, nonno sarò al Festival di Sanremo… Alla fine, in realtà, passò un’altra persona. Quindi soffrii tanto, soprattutto per mio nonno che mi disse: “Chissà se riuscirò mai a vederti a Sanremo, se riuscirò a sopravvivere…”. Per me, ripeto, fu un dolore atroce vedere mio nonno così dispiaciuto. Invece proprio con Aleandro Baldi si era creato questo feeling. Allora a Giancarlo Bigazzi e a Mario Ragni venne in mente un’idea: perché non uniamo questi due ragazzi che si piacciono e si vogliono bene? E nacque così “Non amarmi”. Giancarlo Bigazzi ci lavorò sei mesi. In quei sei mesi Bigazzi, tra l’altro, stava producendo Mimì, Mia Martini, con la canzone “Gli uomini non cambiano”. In merito alla nostra canzone “Non amarmi”, pensa che i nostri discografici, tranne Mario Ragni che era il direttore artistico, non ci credevano. Dicevano: Non ci crederà mai nessuno ad una storia d’amore tra una persona e un disabile (all’epoca c’era molta reticenza nel parlare della disabilità). Questo era il loro concetto e non volevano portarci al Festival di Sanremo. Per fortuna Aragozzini e soprattutto Pippo Paolo si innamorarono di questa canzone e la vollero a tutti i costi al Festival di Sanremo, contro il volere, diciamo, degli altri discografici. Quindi noi comprammo i vestiti a Sanremo. Io non avevo la truccatrice, non avevamo niente. Siamo arrivati così in un momento particolare. E quando abbiamo iniziato a cantare, dopo venti secondi, è partito un applauso, ci siamo galvanizzati e ci si disse: Beh, forse il messaggio profondo di questa canzone è arrivato alle persone, cioè che l’amore va oltre ogni difficoltà, che non c’è un limite solo perché una persona ha una problematica; quindi per noi è stata un’emozione incredibile… Credimi Carlo, essere riuscita a dare questa emozione a mio padre, era come se si fosse realizzato lui stesso tramite me, è stata una cosa che mi ha dato una felicità immensa».
D. Cosa ha significato nella sua vita artistica quell’evento capace ancora oggi di destare emozioni?
R. «Questa canzone fu il singolo più venduto in Italia nel 1992 ed è stato un successo internazionale in italiano. Sai Carlo la cosa che mi commuove ancora oggi? È quando vedo i ragazzi che cantano questa canzone che è rimasta un evergreen, ecco. Sono fiera di avere una canzone che è rimasta un evergreen. Non è da tutti avere una canzone che è stata un successo in Italia e in tutto il mondo, tanto che Jennifer Lopez e Marc Anthony l’hanno incisa in due versioni in spagnolo, proprio perché l’hanno definita una delle canzoni più belle degli ultimi anni. Quando nel 2000 Jennifer Lopez realizzò il suo primo album “On The Street”, interpretò “Non Amarmi” vincendo la Latin Grammy Award. Insomma grandi soddisfazioni devo dire».
D. Nel 1993 si presenta nuovamente al Festival di Sanremo con la canzone “Un anno di noi” in un momento intenso della sua vita artistica. Cosa desidera mettere in luce di quegli anni e degli anni seguenti con numerosi successi fino ai giorni nostri?
R. «La cosa che non tutti sanno è che io purtroppo ho dovuto cantare la canzone con un testo misto. Bigazzi aveva depositato al Festival di Sanremo un testo, mentre nel disco mi ha fatto fare un altro testo, un po’ diverso. Per cui per regolamento avrei dovuto cantare quello originale, quindi ho fatto un miscuglio tra il primo e il secondo.
Nel 1997 c’è stato un altro disco con duetto con Loredana Berté e con altri musicisti e cantanti. Poi ho avuto delle problematiche personali molto importanti, per cui mi sono tirata fuori dall’ambiente televisivo e discografico, ma continuavo a fare i miei concerti dal vivo perché sennò sarei morta, perché il contatto con il pubblico mi galvanizza e mi dà la vita.
L’ultimo evento diciamo abbastanza tosto è stato l’incontro con il cancro, che mi ha cambiato totalmente i punti di vista. Ho capito quanto la vita sia preziosa e quindi non puoi sprecare neanche un attimo, neanche un secondo. Ultimamente ho pubblicato l’album “Diversa”, in cui ho composto testi e musiche con la canzone “Vastasa”, che dà il nome anche al libro che ho scritto, intitolato “Vastasa, storie di donne ribelli, compresa la mia”. Sto facendo teatro e ho cominciato a scriverne anche i testi… Inoltre ho fatto regia, testi e scenografie di due spettacoli teatrali preparati da me, uno si chiama “Anime Mediterraneo e due donne in musica”, nel quale canto tutte le canzoni antiche, siciliane, napoletane, ma anche faccio un excursus su tutte le canzoni di fine ‘800 inizi ‘900 raccontando gli aneddoti su come sono nate. E l’altro spettacolo teatrale è un omaggio a Mia Martini, “Mimì per sempre”, in cui racconto la vera storia di Mimì avendola conosciuta e vissuta per due anni. Si stette sempre insieme in quel periodo. Una settimana prima che morisse eravamo a cena insieme…».
D. Tra gli autori delle sue canzoni a quale nutre particolare stima e gratitudine?
R. «A parte Giancarlo Bigazzi, Marco Falagiani, Beppe Dati e Aleandro Baldi, c’è Massimo Luca, che è il mio primo produttore insieme a Vince Tempera, che fece il brano “Chiamata urgente” con cui vinsi il Cantagiro. Massimo Luca compose la maggior parte dei brani del mio primo album ed era il chitarrista di Lucio Battisti, di Mina e dei più grandi, ma è stato anche il produttore di Giancarlo Grignani quando ha fatto “Destinazione Paradiso” e di altri brani. Lo ricordo sempre con grande, grande affetto e stima, perché Massimo Luca è veramente un mito.
D. Qual è la sua canzone a cui è fortemente attaccata?
R. «“Vastàsa” che richiama anche il titolo del libro che ho scritto, “Vastàsa, storie di donne ribelli, compresa la mia”. È un pezzo veramente bellissimo, in cui ha suonato anche Giovanni Sollima, che è il violoncellista più famoso del mondo, e Alfio Antico, che è praticamente percussionista e che ha lavorato per Fiorella Mannoia, Fabrizio De Andre, Eugenio Bennato insomma con i più grandi. Il disco è stato arrangiato da Max Marcolini che è l’arrangiatore di Zucchero Fornaciari».
D. Cosa pensa del femminismo di oggi?
R. «Le donne cominciano a prendere un po’ più di consapevolezza, però c’è tanto da fare. C’è ancora tanto da fare e soprattutto io penso alle adolescenti che sono molto fragili, troppo dipendenti dai social, troppo dipendenti dal giudizio che la gente dà dai social stessi».
D. In generale, secondo lei, quali sono le qualità che ritieni più positive in una donna?
R. «Io penso sempre il coraggio, la forza, la determinazione, la dolcezza e la femminilità, perché la femminilità non è sintomo di fragilità. Io non sono vanitosa, però amo la femminilità in una donna, mi piace distinguermi dagli uomini, siamo diverse. La femminilità è secondo me la cosa meravigliosa di una donna, ma non significa fragilità, non significa sottomissione».
Foto pagina Facebook Francesca Alotta