DOMANI INTERROGO. Il ruolo dell’insegnante. Stefania Berti

Pochi giorni fa è uscito al cinema l’ultimo film di una brava attrice che si chiama Anna Ferzetti, che incidentalmente è la moglie di Pierfrancesco Favino. Il film si intitola Domani interrogo, ed è solo l’ultima di una lunga serie di pellicole che parlano di scuola, di insegnanti e di studenti; solo per citarne alcuni, “La scuola” del 1995 con Silvio Orlando, “Pensieri pericolosi” dello stesso anno con Michelle Pfeiffer, “Notte prima degli esami” con Nicholas Vaporidis e Giorgio Faletti del 2006, “Un mondo a parte” del 2024 con Antonio Albanese e Virginia Raffaele. La lista è ovviamente molto più lunga e comprende pellicole commerciali o autentici capolavori; tutte hanno in comune una certa idealizzazione del lavoro dei docenti, che viene presentato come una sorta di missione da portare a termine tra mille difficoltà e viene sempre coronato da straordinari successi o veri e propri miracoli. E in tutte, questo l’ho notato tante volte, quello che manca è la quotidianità del lavoro scolastico.

Nei film che parlano di scuola ci si innamora (molto), si va a tante feste, si fanno un sacco di sport di squadra, si mangia in mense bellissime e ci si muove in ambienti che vanno da costruzioni fatiscenti, dove centrale è il ruolo dei docenti, a edifici dotati di ogni comfort o attrezzatura dove, fateci caso, i docenti sono sbiadite figure di contorno.

Questa lunga introduzione è solo per dire che il mio lavoro è fatto di tanti altri ingredienti, che effettivamente sono molto più prosaici di quel che si vede al cinema. Uno dei più temuti è il momento dell’interrogazione. Solitamente viene vissuto in modi diversi a seconda della preparazione che gli studenti hanno; ci sono quelli che non vedono l’ora di mettersi alla prova e quelli che invece la rimanderebbero all’infinito, e quando scorro il dito sul registro vorrebbero appiattirsi sul banco come sogliole sul fondo sabbioso del mare.

Quando qualcuno si candida all’interrogazione volontaria la frase che mi sento dire più spesso è: così me la tolgo. Io faccio finta di arrabbiarmi e dico, ma come! La mia materia non va tolta, ma assaporata lentamente come un buon piatto! Ma in fondo li capisco, perché a me facevano lo stesso effetto gli esami universitari, non vedevo l’ora di darli per togliermi il pensiero e passare al successivo, anche se quella materia mi piaceva.
Io non interrogo mai a sorpresa, stabilisco i giorni delle verifiche orali e li comunico ai ragazzi; un docente di norma fornisce loro tutti gli strumenti affinché facciano bene, poi sta a loro usarli o meno.

Ai miei tempi le cose erano un po’ più complicate, e l’interrogazione a sorpresa era un’eventualità tutt’altro che remota. Forse questa pratica era una forma di violenza che ci fortificava più di quanto non accada oggi, come dicono i nostalgici dei vecchi tempi, ma certo ci facevano vivere la scuola con un timore e una soggezione diversi.

Spesso l’ansia che leggo oggi negli occhi dei ragazzi deriva più da loro fragilità che dal nostro atteggiamento, e lo dico con profondo dispiacere, perché quest’ansia e queste fragilità, così diffuse, incidono profondamente sulla loro vita, e non sempre noi docenti abbiamo gli strumenti per aiutarli. Gli adolescenti sono in una fase delicata: la loro identità non è ancora pienamente formata, e le piccole e grandi prove che affrontano ogni giorno lavorano in questo senso; se c’è fiducia e collaborazione tra studenti e docenti le verifiche possono addirittura diventare un momento piacevole, che rafforza l’autostima e certifica il buon percorso che si sta facendo. E bisogna sempre dirlo, ai ragazzi, quando stanno facendo bene; non c’è nulla che funzioni di più per costruire un clima positivo di cui si ricorderanno anche dopo molti anni.