L’encomiabile lavoro di molti giovani ricercatori delle vicende storiche di Pescia e della Valdinievole ha di molto esteso il campo delle nostre conoscenze dell’epoca moderna e contemporanea, e mi pare che ormai si possa intravedere, almeno per quei tempi, la possibilità di un discorso conclusivo, di sintesi.
Tanto più che tolto ormai il vescovo, che era divenuto elemento di unità e di identità, si chiude definitivamente un arco storico di trecent’anni di vita civile ed ecclesiastica, dal 1727 ad oggi, che ha segnato l’apice della storia moderna di questo territorio e poi il successivo esaurirsi della sua forza propulsiva.
E’ tempo dunque di fare una sintesi, cioè, in altre parole, di trovare il bandolo della matassa nella storia della Valdinievole, di individuare le scaturigini e il successivo senso dei fatti, in riferimento al punto di vista della unità e individualità di un territorio che in epoca moderna era arrivato a qualificarsi come diocesi.
La Valdinievole, con la sede vescovile, aveva finito per esprimere la propria identità nella diocesi di Pescia, e in conseguenza di ciò Pescia diveniva città e i suoi abitanti, nel contesto istituzionale di allora, ne assumevano la cittadinanza e i più intraprendenti di essi potevano aspirare all’albo della nobiltà. La fine di questa storia trova ora la sua manifestazione nel recente provvedimento della Curia romana che, portando avanti il progetto della soppressione delle sedi episcopali spente o “impoverite”, ha praticamente affidato la Chiesa di Pescia alla cura del vescovo di Pistoia.
Sollecitato da recenti pubblicazioni, per una sintesi, pur provvisoria e incompleta, suggerirei di annodare il discorso intorno al tema, tipico di Pescia ma che si riflesse su tutta la Valdinievole, del forte senso di appartenenza sentito dalla popolazione locale, e specialmente dalla classe imprenditoriale e dominante. In conseguenza soprattutto del fatto che i principali fattori produttivi (l’energia idraulica e il vento essiccante) erano necessariamente fissi.
Una appartenenza che a sua volta cerca la sua esplicazione nella “integrazione” tra episcopato pesciatino e grandi famiglie di Pescia, e più in generale della Valdinievole. Almeno nel senso che queste famiglie, con il loro prestigio e con la forza economica e politica di cui disponevano, cercano non tanto nella persona del vescovo quanto piuttosto nella sede episcopale pesciatina l’elemento di unità e di identità della Valdinievole. Era infatti per la presenza del vescovo – come dicevo – che Pescia poteva dirsi città, e le grandi famiglie, vivendo appunto in una città, potevano entrate come cittadini a far parte della nobiltà. Esse guardarono alla presenza della sede vescovile, ciò malgrado, anzi per certi aspetti proprio per le grandi divergenze storiche tra la Chiesa e il mondo massonico prima e poi quello liberale.
Le grandi famiglie dunque, detentrici dei poteri amministrativi locali, protagoniste del mondo finanziario ed economico della fabbricazione della carta, del cuoio e della seta nel periodo aureo della storia specialmente pesciatina in epoca moderna e contemporanea. Un lungo periodo fortunato che partendo dal pieno secolo XV si esaurisce completamente dopo la seconda guerra mondiale, quando appunto assistiamo allo spengersi, come forze economiche e politiche, della vecchia classe produttiva pesciatina, la nobiltà locale. Bisogna tener conto che la decadenza economica pesciatina non fu un semplice esaurirsi di energie gestionali, o di invecchiamenti famigliari, fu invece l’affermarsi del baratro che separa l’uso della forza idraulica e eolica dalle risorse dell’epoca atomica.
Finito il tradizionale sostegno dato alla sede dal prestigio politico ed economico delle grandi famiglie, oppure anche diciamo finita l’importanza del luogo, che appare ormai impoverito, la figura pubblica del vescovo pesciatino, malgrado i grandi episcopati Romoli, Bianchi e De Vivo, e quello pur breve ma denso del Filippini, ne risultò indebolita e facilmente attaccabile, non più difendibile insomma come figura di riferimento civile e identitaria.
E per di più risultando agli occhi di Roma collocata in un ambiente fortemente impoverito, di gente e di cultura. Quindi con il provvedimento della Curia romana che affida al vescovo di Pistoia anche la diocesi di Pescia, la soppressione di fatto della sede episcopale è necessariamente avvenuta, non essendo più sorretta né dalle forze laiche, travolte e rese estranee dalla travolgente secolarizzazione, né dal mondo propriamente ecclesiastico, reso indifferente dal silenzio ossequioso e adulatorio tipico della Chiesa di oggi. Agli storici futuri dunque il compito di comprendere il groviglio di situazioni del nostro confuso presente, che pur viviamo come fine di una storia per cui il vescovo di Pescia sta ormai a Pistoia. Eppure uno sguardo nel nostro confuso presente, accettando di passar male e assumendomene le responsabilità, mi pare che in conclusione sia doveroso anche appunto se rischioso.
Chiunque, che viva in Valdinievole, può infatti tranquillamente e facilmente supporre, senza tema di essere denunciato per oltraggio, che tra i nostri politici ci sia chi, per un posto o per un altro, ignora la presenza di un vescovo (un onorevole rimase molto sorpreso quando gli dissi che il vescovo di Pescia lo era anche per quel tal paese); e se per puro caso tutti i sindaci della Valdinievole decidessero di cercare un elemento unificante e qualificante dell’intero territorio, a mio parere più che a un vescovo, come è successo nel passato, oggi penserebbero di certo al burrattino di Collodi. Insieme alla secolarizzazione, che ci porta a Pinocchio, concorrono anche fattori ecclesiastici demolitrici dell’episcopato pesciatino, tra i quali va messo nel conto, nella Chiesa di oggi, come ho già detto e lo ribadisco, il silenzio, l’assenza, la rassegnazione.
Fu al tempo dell’episcopato Filippini che avvertimmo chiaramente come Roma ormai cominciava ad estendere anche sulla nostra diocesi un giudizio di inefficienza, preclusivo della soppressione della sede episcopale, non più pensabile in un posto come Pescia ormai di così poca importanza. In quei giorni, come amaro segno ormai di una rottura profonda della storia, sperimentammo il silenzio pubblico dell’arcivescovo metropolita e l’assenza di Lucca. Era cessato perfino l’anelito lucchese, che da almeno ottocento anni bramava di riprendersi la “sua” Valdinievole.