Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha appena firmato il “Piano Estate”, un decreto da 300 milioni di euro che serviranno per potenziare l’offerta formativa delle scuole, con attività che non siano legate alla didattica tradizionale, da progettare per i mesi estivi; l’obiettivo è portare a scuola soprattutto quei ragazzi per i quali l’estate è un periodo di noia e mancanza di stimoli, al fine di favorire socialità e inclusione.
Nelle parole del ministro, la Scuola deve tornare ad essere “punto di riferimento” e “luogo di aggregazione”: soprattutto quando le famiglie, per problemi lavorativi o economici, non possono offrire ai figli occasioni di crescita personale o esperienze educative come vacanze, viaggi ecc.
Questi fondi saranno messi nelle prossime settimane a disposizione di tutte quelle scuole che ne faranno richiesta attraverso un apposito bando, fino a un massimo di 80 mila euro per ogni scuola, e serviranno per attivare qualunque tipo di progetto a carattere sportivo, ricreativo, musicale, teatrale, artistico: insomma, attività non volte soltanto al recupero delle competenze (per quelle esistono i corsi appositi, e a dire il vero non sono la cosa più divertente che si possa proporre a un ragazzo in estate dopo dove mesi di scuola), ma soprattutto pensate per il potenziamento di attitudini extra scolastiche, la valorizzazione dei talenti, la scoperta di passioni e interessi.
Un nobile intento, per il quale, tuttavia, il Ministero ha speso meno rispetto agli anni passati: nel 2025, per esempio, furono stanziati complessivamente 550 milioni, in due tranche, nel 2024 un totale di 400 milioni. Vedremo tra qualche mese se questa tendenza al taglio dei fondi disponibili influirà sulla qualità e quantità delle offerte, che nel frattempo vengono pianificate attentamente dai dirigenti e dai docenti coinvolti nei team di progettazione delle scuole.
Nel frattempo, si sono levate le proteste di alcuni sindacati, che considerano il Piano Estate l’ennesimo contentino dato alla scuola pubblica: fumo negli occhi, in sostanza, per evitare di mettere mano ai problemi strutturali della scuola italiana, investendovi risorse non una tantum per valorizzare il merito soprattutto del personale che ci lavora, con l’adeguamento degli stipendi alla media europea. Per la CGIL inoltre il Ministro vuole, l’ennesima volta, attribuire alla scuola una funzione che non le appartiene: “surrogato di un centro ricreativo” o “servizio di supporto alle famiglie per la gestione dei figli durante l’estate”. Secondo i sindacati, insomma, è nient’altro che una trovata propagandistica priva di qualsiasi visione a lungo termine o vera progettualità, che invece di migliorare l’istituzione scolastica finisce paradossalmente per delegittimarla.
Cosa ne penso io?
Che ogni volta che un ministro dell’Istruzione, negli ultimi trent’anni, ha attuato una riforma sistemica del sistema scolastico italiano, ha finito quasi sempre per peggiorarlo, con rare eccezioni: da Luigi Berlinguer in poi, alla fine degli Anni Novanta, proseguendo con Moratti, Gelmini e altri, alla scuola è stato tolto; tolte ore, tolte materie dai curricula, tolte risorse umane, tolti fondi. Per quel che mi riguarda, è quasi meglio che un ministro si limiti a misure di superficie: fanno meno danni di quelle strutturali.
Eppure, arriveranno anche quelle: è in corso la riforma degli istituti tecnici, che partirà già dal prossimo anno scolastico. E da quel che si intuisce leggendone le linee guida sarà l’ennesima manovra lacrime e sangue. Ne parlerò nei prossimi mesi, quando gli effetti saranno più evidenti.