Davvero stiamo andando verso una scuola con il metal detector all’ingresso? Stefania Berti

La mattina del 16 gennaio, a pochi giorni dalla riapertura delle scuole dopo le vacanze natalizie, all’Istituto Einaudi Chiodo di La Spezia un ragazzo di 18 anni, Abanoub Youssef detto “Aba”, è morto per mano di un compagno, Zouhair Atif, che l’ha accoltellato per futili motivi (pare per una discussione relativa a una fotografia in cui la vittima era con la fidanzata dell’aggressore). Nei giorni successivi all’omicidio la città si è come fermata, sotto shock, e tanti coetanei dei due ragazzi si sono riversati nelle strade, pieni di rabbia per quanto era successo e per quanto non era stato fatto per impedirlo. Una rabbia comprensibile, umanissima ma mal diretta, forse.

Secondo loro gli insegnanti sapevano che Atif aveva l’abitudine di portare un coltello a scuola, e che già in passato aveva dato segni precisi di temperamento violento e aggressivo. Ho sentito una ragazza che partecipava a un corteo di protesta dire che quel giorno avrebbero dovuto essere in strada anche i professori, invece di entrare a scuola e sedersi alla cattedra. Ma a protestare contro chi? Forse la Scuola va onorata semplicemente andandoci e facendo il proprio lavoro, dico io.

Sono giorni che penso a questo episodio; il primo così brutale e con un esito letale, se la memoria non mi inganna, che accade nel nostro paese in un istituto scolastico, per lo meno in anni recenti. Certo, ci sono state aggressioni, atti di bullismo anche molto gravi, che hanno portato in qualche caso al suicidio della vittima perseguitata, ma non ricordo che si sia mai arrivati a un omicidio commesso dentro una scuola.

Penso invece che in altri paesi di omicidi ce ne siano stati fin troppi, e quasi sempre di massa, tanto che in Inglese hanno persino coniato un’espressione per indicarli, “school shooting”: penso al caso atroce della Columbine High School, in Colorado, dove due studenti di nome Eric Harris e Dylan Klebold, nel 1999, uccisero tredici studenti e un insegnante; o penso al recentissimo massacro di Graz, in Austria, dove uno studente ha ucciso dieci persone prima di spararsi.

Ma in questi casi, in cui il bersaglio non è il singolo ma la scuola nel suo complesso, vista come covo di nemici, le motivazioni di gesti tanto brutali sono diverse, e spesso dipendono da una concatenazione di fatti: disagio socioculturale e psichico, facilità di accesso alle armi, assenza di sistemi di prevenzione della violenza e molto altro. Si sta andando nella stessa direzione? Me lo chiedo spesso. E se lo devono essere chiesto anche al Ministero dell’Istruzione e del Merito, se Valditara, nei giorni successivi al fatto, si è lasciato scappare che sarebbe il caso di mettere dei metal detector all’ingresso di certi istituti. All’ovvio scoppiare della polemica ha peggiorato la situazione dicendo che non sarebbe una misura da attuare in tutte le scuole, ma solo in alcune, certificando in modo inequivocabile che al Ministero sanno perfettamente dell’esistenza di scuole di serie A e scuole di serie B, e non hanno strumenti per unificare il campionato.

Io non lo so se la voglio, una scuola dove prima di entrare i ragazzi vengono sottoposti a un controllo per vedere se girano armati. Preferirei una scuola che insegna loro, fin da bambini, che armarsi non è mai una buona idea. Capisco che richieda più tempo e maggiori risorse: una vecchia pubblicità diceva che prevenire è meglio che curare, ma è mille volte più difficile. La differenza tra la politica di oggi e la scuola è tutta qui: la prima interviene dopo, con la punizione e la repressione, la seconda vorrebbe intervenire prima, creando le condizioni affinché certi episodi non avvengano.

Resta da capire chi dei due è più illuso, se il legislatore che propone un controllo poliziesco a fattaccio avvenuto o l’educatore che cerca di impedire che i ragazzi si ammazzino fornendo loro un modello di altra vita possibile.