IL GENIO DEL BORROMINI A PESCIA. Storia di una scoperta eccezionale. Le foto

C’è una firma d’autore a Pescia: una croce in marmo del XVII secolo realizzata da Francesco Borromini è stata infatti scoperta in città.

A fare l’eccezionale ritrovamento è stato Monsignor Alberto Tampellini, Vicario Generale della Diocesi di Pescia, che ha scelto di svelarlo in esclusiva per il Cittadino.

La croce è nell’oratorio dei Santi Pietro e Paolo detto Madonna di Pie’ di Piazza.

█ █ █ L’INTERVISTA A MONSIGNOR ALBERTO TAMPELLINI

D. Monsignore, si può affermare che si tratta di una scoperta straordinaria? 

R. Una sua eccezionalità ce l’ha senz’altro, anzitutto per la paternità di un così grande personaggio come Francesco Borromini. Un’opera giovanile, di quando Borromini era solo un bravo scalpellino, ma importante perché è una delle sue prime testimonianze di progettazione. Anche le piccole api di marmo giallo, intarsiate nel pannello centrale di alabastro, hanno gran valore perché realizzate, quasi con sicurezza, dal grande maestro dell’arte del mosaico che fu Giovan Battista Calandra.

Non da poco, inoltre, è anche il valore simbolico e devozionale di questa piccola croce, benedetta da papa Urbano VIII e che rimase sulla parete di chiusura della Porta santa di San Pietro per ben venticinque anni. La gente comune lottava, in senso letterale del termine, per impossessarsi addirittura dei semplici mattoni della porta quando veniva ritualmente abbattuta, figuriamoci per una croce come questa.

Si può affermare che questa croce presente a Pescia sia proprio quella commissionata da papa Urbano a Borromini perché la nota di pagamento, conservata presso l’archivio storico della Fabbrica di San Pietro, la descrive minuziosamente nei materiali e, cosa importante, nelle misure. Tutto corrisponde alla perfezione. A ciò si aggiunge che Cherubini ne attesta la provenienza dalla Porta santa, e non abbiamo elementi per mettere in dubbio la verità di quello che dice.

D. In particolare di cosa si tratta?

R. Si tratta della piccola croce in marmo all’interno di una cornice di stucco, sulla sinistra guardando l’altare nel santuario della Madonna di Pie’ di Piazza. La lapide, nella parte bassa, ricorda come il 26 dicembre del 1650, al termine dell’Anno santo, Domenico Cherubini, prete pesciatino, donò questa croce di marmo che gli era stata regalata da papa Innocenzo X e la volle collocare nel santuario della Madonna del Ponte, tanto amata dai pesciatini.

La croce in questione, prosegue l’epigrafe, era quella fatta murare da papa Urbano VIII al termine dell’Anno santo precedente, quello del 1625. Era uso, infatti, quando si chiudeva la Porta dell’Anno santo appena finito, murare sopra la parete di chiusura dei segni devozionali, in questo caso due croci. A Cherubini venne donata quella di minore importanza, quella sulla parete interna alla basilica.

Terminato l’Anno santo del 1650, Cherubini volle farne dono alla sua città e ai suoi concittadini e si prese cura di metterla in questo santuario che appartiene alla città. Vorrei anch’io, seguendo la volontà di don Domenico, dedicare questa scoperta alla città di Pescia, che è stata nobile, ed ai suoi intraprendenti cittadini che si fecero valere nella Città eterna con le loro capacità.

D. Un pezzo unico dunque…

R. Assolutamente sì, unico. È stata a lungo cercata perché gli studiosi che hanno condotto le ricerche non potevano sapere che fosse stata donata ad un oscuro presbitero pesciatino. Eppure fu proprio così.

Quella esterna venne presa nientemeno che dalla principessa Olimpia Pamphili, cognata del papa, ed è stata trovata in un ospedale della nobile famiglia in Trastevere, ma quella minore non aveva lasciato traccia nella documentazione ufficiale. Un dono “speciale” ottenuto dal papa stesso, forse di persona, per i servigi resi dal Cherubini nell’imminenza dell’apertura del Giubileo, come spiegherò con maggiore dettaglio negli articoli che seguiranno.

D. Brevissimamente…chi erano Borromini e Cherubini (ne parleremo con altro articolo)

R. Francesco Castelli, in seguito chiamato Borromini, è considerato uno degli architetti maggiori del Barocco della Roma del Seicento. Attraverso un sapiente plasmare spazi e luce, riusciva a trasformare ambienti anche molto ridotti in spazi monumentali, come ad esempio la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, sfruttando il bianco dello stucco e particolari accorgimenti prospettici.

Prima degli anni trenta del Seicento l’attività principale del Borromini fu quella di scalpellino di alta qualificazione e intagliatore. Venne introdotto nell’ambiente romano dal celebre architetto Carlo Maderno, ticinese come lui e suo lontano parente. Troviamo Francesco Castelli tra le maestranze impegnate nelle Fabbrica della basilica di San Pietro, ancora in costruzione. Proprio a lui, scalpellino di gran capacità, venne assegnata la commissione per le opere di decoro della Porta Santa come lapidi, teste di cherubini e le croci sulla parete che l’avrebbe chiusa il 31 dicembre 1625. La croce fatta per l’interno fu quella donata a don Domenico Cherubini quando la parete venne abbattuta per il successivo anno santo la vigilia del Natale 1649.

Domenico Cherubini era un semplice prete, nato a Pietrabuona nel 1601 da povera famiglia. Ordinato verso il 1625 era a Roma già nel ’34. Si guadagnava da vivere facendo l’agente finanziario. Anche se sono riuscito a ricostruire le tappe fondamentali della sua vita, mancano ancora dettagli del ventennio trascorso a Roma. È certo che entrò, come persona di fiducia e procuratore di affari, a servizio del medico papale Giovanni Giacomo Baldini, anche lui prete, nato in montagna e di umilissime origini. Proprio come persona di fiducia ed onestissimo entrò nel giro dei servitori affidabili della nobiltà, questo lo portò a guadagnarsi favori tali da meritarsi il dono singolare della croce della Porta santa, reliquia ambitissima e preziosa. Dopo la morte del Baldini, suo protettore ed amico carissimo, Cherubini tornò a Pescia segnalandosi per la generosità dei suoi doni a chiese e monasteri.

D. È prevista una pubblicazione specifica su questa scoperta?

R. Sì, sono in fase di ultimazione di un articolo di taglio scientifico che possa dare ragione di questo ritrovamento e giustificare, documenti alla mano, l’attribuzione a Francesco Borromini. Appena terminato, mi mancano ancora alcune visite in archivi romani, vorrei cercare una casa editrice qualificata per pubblicare l’articolo. Penso sia una bella cosa, per me ma anche per la città di Pescia.          ls