Sono numerosi i personaggi del mondo del calcio che hanno apprezzato e che tutt’oggi apprezzano le bellezze della nostra Valdinievole. Infatti alcuni di loro vi hanno perfino stabilito la residenza.
Per Klaus Berggreen, celebre calciatore di Pisa, Roma e Torino, la Valdinievole e, in particolar modo, Pescia costituisce una meta costante di villeggiatura.
Sin dagli anni ’80, il campione danese è solito frequentare e trattenersi a lungo a Villa delle Rose di cui è diventato un habitué.
All’interno di questa meravigliosa villa pesciatina Berggreen si è intrattenuto con noi rilasciandoci questa piacevole intervista.
D. Cosa ricorda del suo arrivo in Italia nell’estate 1982?
R. «È stata un’esperienza fantastica. Devo dire che il Pisa sin dal primo giorno è rimasto nel mio cuore. Io ero il primo straniero e voi italiani mi avete accolto con le braccia aperte. E poi devo dire che ho trascorso i primi quattro anni con il presidente “vulcanico” Romeo Anconetani. Con Anconetani come presidente fu veramente un’esperienza di vita fantastica. Lo devo ringraziare per avermi trovato in Danimarca».
D. Anconetani fu davvero un presidente “vulcanico” e un grande conoscitore del calcio…
R. «Prima di tutto lo ricordo come un grande uomo esperto del calcio sicuramente. Poi lo ricordo come un uomo con tanto temperamento. Era l’uomo più bravo del mondo e il più cattivo, non c’era mai strada in mezzo. Però lui aveva un grande amore per il calcio, per il Pisa, come del resto lo avevo anch’io. Lo stimavo e lo ringrazio per tutto quello che lui fece per me e per la mia città, Pisa».
D. Nel Pisa disputò ben quattro campionati consecutivi diventandone una bandiera. Può sintetizzare sommariamente l’esperienza di questo quadriennio con la maglia nerazzurra pisana?
R. «Devo dire che sono stati quattro anni un po’ diversi gli uni dagli altri. Il primo anno in serie A, 1982/83, siamo partiti alla grande, eravamo primi in classifica. Il Pisa primo in classifica in serie A non so quando era successo nella sua storia. E io in quella partenza di campionato fui anche capocannoniere del calcio italiano. Fu per me fu un sogno. Poi gli altri anni abbiamo sempre lottato fino alla morte per sopravvivere, per rimanere in serie A. Ancora oggi si vede come è difficile per il Pisa salvarsi dalla retrocessione in serie B. È più difficile salvarsi per una squadra come il Pisa, che per l’Inter di vincere il campionato, se facciamo un paragone. L’anno in serie B, 1984/85, posso dire che fu il più bello. Eravamo nettamente più forti delle altre squadre. Era tutta gioia, tutta allegria, perchè vincevamo sempre. Non c’era bisogno di andare in ritiro ogni seconda settimana,. Quell’anno fu veramente bello».
D. Nei suoi quattro campionati nel Pisa fu allenato da Luis Vinicio, Bruno Pace, Luigi Simoni e Vincenzo Guerini, quali di questi sono stati i più significativi?
«Prima di tutto devo dire Luis Vinicio. All’inizio fu lui il mio primo allenatore in Italia e mi piaceva la grinta che trasmetteva alla squadra e la voglia di lottare per la maglia. Questa grinta lui l’aveva. Non applicava una tattica tanto complicata, però si basava molto sull’impegno, sulla grinta, sul fisico. Infatti con Vinicio eravamo molto ben preparati fisicamente. Poi devo dire che a Simoni sono sempre rimasto molto attaccato per quello che ha fatto. L’ho stimato e gli rimasi sempre vicino fino a quando non ce la fece più…».
D. Sui social soprattutto è visibile una foto che la ritrae con la maglia del Pisa strappata con il numero 7 e che richiama la partita Pisa-Juventus. Ciò dimostra che per marcarla occorrevano modi grintosi…
R. «Sì mi fu strappata da Manfredonia che faceva fatica a tenermi e aveva dovuto tirare un po’ la maglia. Però il bello era che io continuavo a giocare con la maglia strappata, perché a quell’epoca lì non c’erano cinque, sei maglie per partita. Allora ho dovuto giocare con la maglia strappata fino al termine della partita. Quella maglia lì è diventata un po’ un simbolo per il Pisa, per una squadra e per una città che lotta».
D. Al termine del campionato 1985/86 fu ceduto alla Roma e successivamente al Torino; però il suo cuore rimase a Pisa, vero?
R. «Sì, sì, non c’è dubbio. Ebbi un bell’anno a Roma anche se non era come nel Pisa. Però fu un anno bello. Diventai anche capocannoniere, anche se non ero attaccante. Poi l’anno dopo a Torino fu molto, molto bello perché ci classificammo settimi e giungemmo alla finale della Coppa Italia, che perdemmo contro la Sampdoria. A Torino mi ricordo una cosa molto particolare, che mi fece diventare anche un po’ superstizioso: dovevo giocare contro il Pisa nell’ultima partita di campionato il 15 maggio 1988 e il Pisa stava per retrocedere in serie B, perciò dovevano battere il Torino per salvarsi. Io non volevo giocare quella partita perché non volevo essere l’uomo che lo condannava alla serie B. Nella partita del girone di andata, il 17 gennaio 1988, avevo segnato un goal, però io quella partita lì non la volevo giocare. Caso volle, per la prima volta nella vita, che dopo l’allenamento del giovedì che precedeva quella partita mi strappassi. Stavo tirando in porta quando ebbi un grosso strappo alla gamba, che mi costrinse a fermarmi per due mesi. Però quello strappo lì era un segno da lassù. Ripeto io non volevo giocare quella partita e non volevo essere l’uomo che faceva retrocedere la mia squadra in serie B. Questo fu un episodio molto particolare».
D. Berggreenn, essendo un campione, ha giocato in Italia nei memorabili anni ’80 insieme ad altri campioni del momento come Falcão, Platini, Zico, Maradona, Rumenigge, ecc… Cosa ricorda di quella irripetibile epopea?
R. «Sono un po’ orgoglioso perché, giocando in quell’epoca lì, dove c’era il calcio più bello del mondo e con i giocatori più forti del mondo, sono riuscito ad essere scelto come uno di quelli che doveva giocare nel campionato italiano. Fu veramente fantastico. Poi dopo essere scelto per giocare anche in una grande squadra come la Roma, poi anche essere scelto da Maradona, che mi voleva con lui nel Napoli… posso solo dire che fu una favola per me…».